Sembra la prova definitiva del complotto: la cupola dei derivati che si riunisce una volta al mese, a New York, per assicurare la propria sopravvivenza in un momento difficile. Il New York Times, in un’inchiesta che ha suscitato una certa eco, ha raccontato come il terzo mercoledì di ogni mese le prime nove banche che si occupano di derivati si incontrino “in teoria per salvaguardare l’integrità di un mercato che vale migliaia di miliardi di dollari, in pratica per difendere il predominio delle grandi banche”. Deutsche Bank, Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Morgan Stanley.

Dov’è il problema? É sottile il confine tra una riunione d’affari tra concorrenti e un accordo di cartello che distorce la concorrenza spostando ricchezza dal cliente alle banche. Problemi degli operatori finanziari, si dirà. E invece no. Perché il settore dei derivati è quello che ha reso possibile la crisi. Non perché i derivati siano il male assoluto (un titolo derivato è semplicemente uno strumento il cui valore è agganciato a un altro detto sottostante).   Ma perchè hanno raggiunto un grado di complessità tale che capirci qualcosa diventa impossibile anche per chi li maneggia, con il risultato che si accumulano rischi enormi che il sistema, come si è visto, prima o poi paga.

Il Club del mercoledì, tra le sue funzioni, avrebbe anche quella di assicurare che il settore resti il più opaco possibile, rendendo impossibile per il compratore di un derivato sapere esattamente come maturano i profitti e le perdite che ne derivano. E questo non è un problema solo americano. Ma indica che i meccanismi alla base della grande crisi del 2008 sono ancora operativi. Come si battono i cartelli? Con la concorrenza. Le regole da sole non bastano.

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