C’è un turista canadese, tale Mike Spencer Bown, che lo scorso otto dicembre è sbarcato a Mogadiscio in Somalia, con una t-shirt rossa con la scritta «I love Turkey», uno zaino in spalla e un sorriso imbalsamato da cameriere. Ai funzionari dell’Ufficio Immigrazione somalo ha chiesto dépliant e brochure e si è dichiarato curioso di scovare le tracce della colonizzazione italiana.

Nulla di strano se ci trovassimo in un paese normale. Il fatto è che la Somalia non è un paese normale. Qui l’ultimo turista l’hanno visto passare nel 1991, anno in cui scoppiò una feroce guerra civile a seguito della caduta di Siad Barre. E così il buon Mike Spencer Bown, sbrigate le pratiche alla dogana dell’aeroporto militarizzato di Mogadiscio, ha potuto finalmente godere il sole del Peace Hotel sorvegliato da trentacinque mitraglieri, dare un’occhiata alla spiaggia infestata di mine, e passeggiare nelle vie della capitale tra gli sguardi increduli degli abitanti, più avvezzi a incrociare miliziani armati fino ai denti che turisti con occhiali da sole e macchina fotografica.

Quella che la stampa ha ribattezzato come l’avventura del “primo turista a Mogadiscio” è una storia vera, per quanto possa sembrare la trasposizione moderna di un racconto di Kafka o di Voltaire. La faccia di Mike, ritratta in un’espressione da ragazzino vagamente scemo mentre posa sulla terrazza del Peace Hotel con in braccio un enorme mitragliatore a cartucciera, è visibile sul suo profilo di Facebook.

Noi non sappiamo se la follia trasognata di questo strambo giramondo sia un’abile impostura, o se, al contrario, il candore di quest’uomo che al controllo passaporti tenta di spiegare agli allibiti doganieri somali di essere venuto a Mogadiscio per fare del turismo, sia l’unico modo per penetrare gli aspetti più feroci del mondo in cui viviamo.

Sappiamo che Mike usa citazioni di Kierkegaard, Camus, Eliot e Ovidio, che nella sua vita ha fatto l’agricoltore, il venditore di bigiotteria nei festival musicali, l’importatore di mobili da giardino e che nel corso dei suoi viaggi ha visitato 140 paesi. Sappiamo anche che uno come lui non porta soluzioni nel campo della politica convenzionale, del giornalismo o dell’attivismo sociale, e a quanto è dato conoscere non si occupa neppure di letteratura.

Il compito che Mike si è prefissato non è fare di noi dei tanti piccoli bravi indignati, lui stesso è apparso meravigliato delle migliaia di messaggi che gli sono arrivati su Facebook dopo che la stampa mondiale ha riportato la sua avventura somala, e si è lamentato di non avere con sé al momento un computer abbastanza veloce per poterli leggere tutti. Insomma, non proprio un eroe inconsapevole e neppure uno di quegli idioti capaci di genio che il cinema, la letteratura e altri settori dell’intrattenimento hanno sfornato in un numero discreto negli ultimi anni.

Comunque la si pensi, ad oggi, le doti bizzarre di questo turista stralunato, sembrano essere state le uniche armi capaci di violare l’orrore della guerra somala e restituire un soffio di normalità in un luogo infestato da sopraffazioni e morte. Perciò, se proprio dobbiamo affibbiargli un appellativo, credo che Mike Spencer Bown sia un novello Mork da Ork capace di svelare con la sua sola presenza fisica la follia e le idiosincrasie umane. Come dire, un alieno postmoderno nella guerra dimenticata di Somalia.

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