Dalla Svizzera ci scrive un emigrante che vuole rimanere anonimo

Avevo 11 anni e da pochi mesi i miei genitori, dopo dieci anni di emigrazione e di sacrifici in Svizzera, a Zurigo per la precisione, avevano deciso di ritornare in patria a Montella in provincia di Avellino. Mio padre, lungimirante, aveva pensato di far rientrare prima mia madre con mia sorella di sei anni e mio fratellino di un anno. Ci avrebbe raggiunto nella primavera successiva. Io dall’età di un anno ero stato affidato ai miei nonni paterni. In Svizzera vigeva lo statuto dello stagionale: si lavorava nove mesi e poi si ritornava in patria per tre mesi e questo senza famiglia e figli al seguito.

Il 1980 era l’anno della svolta. I miei sarebbero ritornati e tornavo ad avere una famiglia tutta per me. Avrei riavuto un papà, una mamma, una sorella e un fratello di nuovo tutti per me. Quella sera di novembre avevamo appena cenato. Io attendevo con ansia l’inizio di domenica sprint: quel pomeriggio c’era stata Avellino-Ascoli vinta 4-2 dagli irpini e quei pochi minuti di calcio in tv entusiasmavano il tifoso in erba che albergava in bimbo undicenne. Che emozione sentire nominare la squadra della mia città tra le blasonate Inter, Milan e Juventus. I gol di quella domenica non li vidi mai. Pochi minuti prima un violento boato seguito da un terremoto che non auguro a nessuno di vivere aveva gettato nel buio la casa e l’intero paese. I 90 secondi – tanto durò la prima scossa – più lunghi della mia vita: rumori di tegole che cadevano in strada; le urla in casa di mia mamma che cercava di disperatamente di prendere dalla culla il mio fratellino di un anno e mia sorella; i nonni che stavano per andare a letto si sono buttati giù dalle scale alla ricerca di nipoti e nuora. Quando la terra ha smesso di tremare siamo riusciti a uscire dalla casa. In strada abbiamo trovato parenti e vicini sani e salvi; qualche crollo nelle vicinanze, ma nessun ferito. A noi la sorte fu amica: eravamo tutti vivi e con una gran voglia di abbracciare tutti, anche gli estranei, anche quelli che fino a un ora prima ti stavano antipatici. Ad altri riservò lutti e dolori.

Alle prime ore dell’alba si incominciava a percepire l’ampiezza della tragedia. Arrivavano le prime notizie di morti e feriti anche in paese. Di centinaia di morti a Sant’angelo dei Lombardi, a Lioni, a Conza: i paesi del cratere, come verranno definiti dopo. Di soccorsi che non arrivavano, dell’esigenza di soddisfare i bisogni primari. Il sindaco del paese la mattina stessa ordina ai commercianti di distribuire pane e latte e generi di prima necessità. Noi e altri che avevano parenti fuori paese o all’estero avevamo l’angoscia di metterci in contatto con i nostri cari. I telefoni non funzionavano. La mattina del 25 novembre sentimmo la voce di mio padre, che aveva saputo del terremoto la sera stessa dal telegiornale svizzero tedesco. Lui si era scapicollato, aveva avuto il benestare del suo datore di lavoro e il giorno dopo era partito con la sua Fiat 131 carica di coperte, zucchero, farina, pasta, cioccolato, latte in polvere, doni frutto della solidarietà del datore di lavoro e vicini di casa. L’arrivo di mio padre fu un raggio di sole anche per gli altri nostri compagni di sventura. Si diede subito da fare per cercare di costruire un riparo. Dopo due giorni arrivarono le tende, i soldati e i volontari dal Nord Italia. Avevano accenti veneti, lombardi, friulani. solidarietà umana molto apprezzata e sentita allora. chissà cosa sarebbe successo, invece, se quella tragedia fosse successa oggi.

Quella data cambiò la mia vita e quella della mia famiglia. Mio padre si rese subito conto che l’idea di ritornare era sbagliata. “Torniamo tutti in Svizzera – ci disse – non più a Zurigo”. Aveva finalmente maturato il diritto al cosiddetto permesso di soggiorno, il passo precedente che permetteva di chiedere la cittadinanza e il ricongiungimento familiare. Nel gennaio del 1981 mio padre si trasferì con tutta famiglia, me compreso, nel Cantone Ticino.

A trent’anni di distanza i tre quinti della famiglia (i figli) sono ormai cittadini svizzeri pienamente inseriti nella realtà sociale e politica di questo posto, ma le radici rimangono saldamente irpine. Ora sono sposato con una ragazza di origine svizzero-tedesca. Abbiamo due figli e ogni 23 novembre ricordiamo quell’evento tragico che per noi rappresenta la svolta. Senza quel terremoto io e mia moglie difficilmente ci saremmo incontrati. I miei genitori hanno ritrovato l’unità familiare e noi figli abbiamo avuto un’altra chance. Ancora una volta la sorte ci è stata amica. Ad altri, ai miei coetanei che sono rimasti in Irpinia, è andata peggio: operai in fabbrica con laurea, insegnanti precari in giro per l’Italia oppure supini al potente politico di turno (che in Irpinia è lo stesso da mezzo secolo, ma lo sapete meglio di me) e alle logiche politiche perverse che derivano.

Per commentare quest’articolo vai allo speciale “Irpinia, trent’anni dopo”.

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