Ci sono tante domande che, come professore in un istituto professionale di Roma, mi inseguono da un bel po’. A guardare fiction, giornali e cinema degli ultimi anni, la nostra scuola sembrerebbe fatta esclusivamente da rassicuranti licei in palazzotti austeri del centro storico, in cui tutto ruota intorno alle problematiche sentimentali dei ragazzi o a volatili momenti di contestazione. Di tutto il resto, che è poi la scuola frequentata dal 70% dei ragazzi italiani, si scorgono vaghe tracce in occasione di qualche devastante occupazione, oppure quando un professore finisce nelle pagine di cronaca per questioni pruriginose o un ragazzo sceglie di suicidarsi per motivi apparentemente futili. Del fatto che in Italia 3 ragazzi su 10 non arrivino al diploma, o che la droga sia diventata ormai una presenza tollerata fra le mura scolastiche… niente, solo un grande silenzio.

Mentre preparavo il mio film ho avuto modo di fare sopralluoghi in tante scuole: istituti tecnici, professionali, artistici, alberghieri… insomma tutte le altre scuole, quelle meno belle, quelle che esprimono in modo diretto e verace, attraverso intonaci malmessi, graffiti, banchi scassati, la fatica di mantenere in piedi un’idea di equità sociale fondata sul primato della cultura. Che il nostro sia un paese geneticamente ipocrita lo sappiamo, ma quando si tocca la scuola lo diventa all’ennesima potenza. Me ne sono accorto durante il Festival di Roma: su qualche giornale, più o meno apertamente, si è arrivati a dire meglio non parlare di scuola se si deve mostrare una scuola così. Peccato che questa scuola esista. Peccato che troppo spesso non sia un laboratorio del nuovo ma un’espressione dell’immobilismo culturale di questo paese.

Proprio come il film, il titolo “La scuola è finita” ha due letture. A me sta a cuore quella più semplice: al termine del film la scuola finisce, escono i quadri e per il giovane Alex arriva il momento della verità. E lo stesso accade ai due professori protagonisti, interpretati da Valeria Golino e Vincenzo Amato. Ho cercato di raccontare la scuola attraverso l’incontro tra un ragazzo e due professori perché nella mia esperienza la scuola come istituzione, come contenitore non riesce più a essere un orizzonte reale. Come tanti miei colleghi a volte confusi a volte stanchi e arrabbiati, i professori del film sentono però un profondo bisogno di creare un rapporto autentico con gli allievi. Lo fanno con Alex ricreando intorno a lui una famiglia che non c’è, mettendosi in gioco come persone, condividendo una propria passione. Lo fanno e sbagliano, perché sono troppo soli, come credo si sentano molti professori oggi in Italia.

Tante volte mi capita di scorgere nei miei studenti delle capacità che vanno incoraggiate, coltivate, specialmente in quelli più confusi, più insicuri, che facilmente si perdono d’animo se non sono aiutati. E ho capito una cosa semplicissima eppure difficilissima da applicare. Senza emozione dentro una classe non succede nulla. Non trasmetti nulla. Credo che spesso agli occhi dei ragazzi, noi professori siamo noiosi. E loro a noi sembrano abulici, irraggiungibili. Dietro questa distanza c’è qualcosa che accomuna professori e ragazzi, ed è la necessità di proteggersi da tante disfunzioni e dalla bruttezza di molte aule scolastiche, con una specie di anestesia generale. Il fatto è che la generazione di ragazzi che è oggi a scuola non si fa illusioni sul posto che la nostra società riserva al merito e all’impegno. Forse aver passato più tempo davanti alla tv che sui banchi di scuola li ha resi cinici, convinti come sono che quello che conta veramente è avere le amicizie e le “spinte” giuste. A scuola, condividere un entusiasmo, vivere una passione, o anche ricreare una situazione affettiva quasi familiare non basta, se manca quell’emozione più grande che viene dal mondo di fuori, che dà il senso profondo alla fatica di crescere e di imparare, il senso di appartenere ad una comunità vitale, che accoglie e valorizza i propri giovani, che non ha paura del futuro.

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