Ce lo siamo chiesto tutti: ma io sarei andato in piazza Venezia? Avrei alzato il braccio teso verso quel terrazzo?

Non so che cosa ne pensiate voi, ma io in piazza Venezia ci metterei un monumento. Niente di celebrativo o sentenzioso. Semplicemente una figura umana a grandezza naturale in mezzo al grande spazio vuoto. Con una scritta: “Tu saresti venuto qui?”. Punto.

Invece niente. Noi italiani siamo dei maestri in quella finta bonomia che somiglia tanto a un’innata capacità di autoassoluzione.

Sono passato pochi giorni fa in piazza Venezia. Era notte. Turisti che si trascinavano verso gli alberghi, uno spazzino, il solito girotondo di auto e le luci del bar Castellino, così ben descritto da Marco Lodoli nelle sue “Isole” (un libro che vi consiglio, se amate Roma, come me che ci ho vissuto dieci anni). E’ di notte, quando la piazza è vuota e silenziosa, che riesci a immaginarla meglio gremita di gente. Ti metti di lato, nascosto in un angolo, chiudi gli occhi e ti pare di sentire il ruggito della folla che sembra far tremare i sanpietrini. Che ti sale dentro e ti eccita, di entusiasmo o terrore.

Sono rimasto a lungo a sentire i suoni che arrivavano da fuori e i pensieri che mi nascevano dentro. E alla fine si è riproposta quella domanda che mi sono – ci siamo – fatti mille e mille volte: “Ma io ci sarei venuto?”.

Ecco, potrà sembrare assurdo, ma credo che questi tempi grami ci mettano di fronte a una grande opportunità prima di tutto individuale, personale: ci costringono a prendere una posizione chiara, di fronte agli altri e prima di tutto a noi stessi. Insomma, ci spingono a capire chi siamo veramente.

Certo, oggi non si rischia la vita. Nemmeno l’esilio oppure l’olio di ricino. E, però, non dobbiamo nasconderci la verità: opporsi fermamente oggi a chi comanda ha un prezzo. Così come tacere, assecondare garantisce dei vantaggi.

Ne ho parlato a lungo con mia moglie durante quei bilanci notturni che precedono il sonno. Valeria ha sintetizzato i miei lunghi discorsi con una frase molto più efficace: “Se paghi un prezzo per le tue scelte, vuol dire che avevano un valore”.

Sono giorni che rimastico questa frase dentro di me. E piano piano ecco che quelle due parole – prezzo e valore – se ne sono tirate dietro tante altre, sempre più grandi: bene, male, coraggio, coscienza. Ma alla fine una soprattutto che le racchiude tutte: libertà.

Già, oggi è il momento di prendere posizione (non intendo, ovviamente, per uno o l’altro schieramento), intendo prima di tutto di fronte a se stessi e quindi rispetto alla società in cui viviamo e cui in qualche modo contribuiamo.

Accade per i personaggi pubblici, ma anche per tutti noi, nella vita di ogni giorno: medici, insegnanti, impiegati… e, visto il lavoro che faccio, i giornalisti.

Ricordo ancora lo sdegno che provai nei primi anni della mia formazione quando mi trovai davanti le prime pagine dei giornali usciti il giorno dell’approvazione delle leggi razziali. No, quei titoli vomitevoli, quegli articoli indegni non si erano scritti da soli. Gli autori non erano marziani, ma giornalisti come noi. E di nuovo, oggi, mi pongo la domanda: ma io… noi giornalisti che cosa avremmo scritto? Anzi, che cosa stiamo scrivendo?

Non ci sono, è vero, ancora leggi razziali approvate dal Governo, ma leggendo i proclami di alcuni sindaci leghisti del Nord ci accorgiamo che non ne siamo lontani. La strategia è semplice, una sorta di mitridatizzazione: giorno dopo giorno, aumentando la dose si cerca di abituare l’opinione pubblica. Mi ricordo ancora un incontro casuale che ebbi, giovane cronista politico alle prime armi, all’uscita della buvette di Montecitorio con Umberto Bossi. Il Senatur – eravamo nel 2003 – era al massimo della sua verve polemica. Era mattina, aveva la voce ancora assonnata. Pareva non rendersi conto di avere davanti un cronista o, forse, visto che è molto più furbo di me, fingeva di non pensarci: “I clandestini? Bisogna prenderli a cannonate”, disse. Poi il giorno dopo, secondo una tecnica ben collaudata, smentì: “Una battuta male interpretata dal cronista”.

Ma le dichiarazioni dal sapore razzista sono soltanto un esempio. Ci sono leggi vergogna, scandali (nel centrodestra come nel centrosinistra) sotto gli occhi di tutti eppure taciuti da noi giornalisti. Ecco, non vedo poi tanta differenza tra chi riempiva le pagine dei quotidiani del Ventennio e noi cronisti di oggi.

Ho letto nei giorni scorsi l’interessante articolo di un collega che elencava gli ingredienti necessari per diventare un buon giornalista. E’ importante parlare le lingue, diceva. Verissimo. E’ indispensabile avere una solida cultura. Altrettanto vero.

E però, prima di tutto, io metterei un altro requisito: la libertà. No, qui non voglio dare lezioni a nessuno, non voglio dire di possedere questa dote. Ma davvero non riesco nemmeno a concepire il nostro lavoro senza questa condizione. Non so, è come pretendere di fare il pilota possedendo un aereo senza ali.

Viene da pensarla come una fatica, la libertà, come un rischio. E’ senz’altro anche questo, ma è prima di tutto una vertigine. Perdonatemi se cito Jovanotti: la vertigine non è soltanto paura di cadere, ma anche voglia di volare. Quindi uno stato d’animo che confina con la paura e il desiderio.

E qui, vi assicuro, non voglio parlare di me. Ma in questi anni ho visto tanti, troppi, colleghi che hanno tradito la loro professione – e quindi se stessi – dimenticandosi il dovere di essere liberi.

No, non è soltanto un calcolo di convenienza, è una questione molto più complessa. La libertà – nel nostro lavoro, ma nella vita di ognuno – implica indipendenza e, quindi, solitudine. Essere cronisti liberi significa mettere in conto di trovarsi soli, isolati rispetto all’opinione pubblica e ai propri colleghi.

Entra in gioco anche il senso di sé. Chi è capace di restare solo non ha bisogno di quel sostegno che viene dall’approvazione degli altri. Il cronista, credo, non deve cercare il consenso. E’ uno dei rischi più comuni, ma anche più seri della nostra professione.

La libertà è frutto anche della solidità di una persona. Insomma, entrano in gioco, direi, stati d’animo molto più complessi della semplice convenienza. Non bisogna essere troppo severi nell’emettere giudizi. Andate in Parlamento a vedere, andare nei consigli dei mille e mille comuni d’Italia. Troverete cronisti – magari bravissime persone – che si scambiano sorrisi con onorevoli e sindaci, che si danno troppo facilmente del tu. Ovvio, ci sono i ruffiani, ma non sono la maggioranza. Il discorso è più complicato: l’approvazione, la confidenza del potente di turno sono anche un conforto, una conferma del tuo ruolo.

Ricordo, quando mi aggiravo impacciato per il Transatlantico, alcuni “grandi” nomi del giornalismo italiano appollaiati su una poltrona in attesa che i politici di turno li avvicinassero, li riverissero. Quei saluti li facevano sentire importanti, si vedeva; e però, a ben guardare, con la loro arroganza rivelavano soprattutto insicurezza.

Eppure… eppure credo che i giornalisti non debbano cercare questa confidenza. Anzi, debbano fuggirla. E qui, ripeto, non parlo di me. Ho avuto la fortuna di incrociare nel mio lavoro alcuni tra i migliori giornalisti italiani. Due, in particolare, mi hanno colpito per il loro modo di concepire il loro ruolo: Gian Antonio Stella e Paolo Rumiz. Sempre cortesi, attenti alle persone. E però due uomini che si distinguono per una certa fierezza nel tratto. Uso una parola ormai desueta. Non intendo dire distacco o arroganza (non c’è messaggio, telefonata o lettera cui Stella e Rumiz non rispondano). Tutt’altro: voglio dire quel giusto senso di sé, anzi, del proprio ruolo che tutti dovremmo avere e che ci aiuta a essere individui liberi.

Noi svolgiamo una funzione sociale precisa. Preziosa. I cronisti che non sono liberi tradiscono la loro professione. Ma soprattutto, questo ho sempre pensato, sottovalutano profondamente il proprio ruolo. E quindi anche se stessi. Come diceva Joseph Pulitzer: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra Corte Suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo. Una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello”. Spesso noi giornalisti ce ne dimentichiamo. Siamo pronti a rivendicazioni contrattuali (giuste), ma quanto più raramente ci ricordiamo di difendere la nostra libertà e i colleghi rimasti soli…

La parola libertà davvero racchiude tutto. Perdonatemi, oggi mi è presa una febbre da citazione (forse anch’io mi aggrappo a grandi nomi per trovare conferma alle mie idee). Diceva Pier Paolo Pasolini: “Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio”.

Ecco, libertà e rischio. Quindi coraggio. Una virtù strana. Dalle tante facce. Così capita di vedere cronisti che hanno rischiato la pelle in guerra e che poi piegano la testa di fronte al potente di turno, cercando riparo sotto le sue ali. Sono stati soli sotto le bombe e poi diventano embedded quando devono ritornare nelle redazioni.

Non so che cosa ne pensiate voi, mi piacerebbe saperlo, ma io mi sono convinto che il coraggio sia, per così dire, una virtù derivata. Certo, esiste anche allo stato puro, ci sono persone che si possono dire coraggiose. Punto e basta. E, però, ci sono molti uomini che compiono gesti coraggiosi, che vivono esistenze straordinarie, senza essere nati eroi. Leggete la biografia di Armando Spataro, uno dei migliori giudici che l’Italia si trovi ad avere. Leggete le pagine in cui racconta di come, a lui giudice ragazzino, fu chiesto di sostenere l’accusa nei primi processi di terrorismo. La tentazione di rinunciare era forte, le vie di fuga erano pronte. Spataro, però, non si tirò indietro. Un coraggio che nasceva dal senso di lealtà verso lo Stato, i colleghi e gli amici. E soprattutto verso i propri ideali.

Ma il coraggio e, alla fine, la libertà, possono nascere da mille stati d’animo. Perfino da sentimenti che in origine non erano necessariamente positivi: l’ostinazione, il senso di confronto, perfino l’invidia. In fondo non importa.

Davvero non so se sarei andato in piazza Venezia. Non mi sento di condannare chi alzava il braccio verso quel terrazzo. Però credo che oggi sia il momento di decidere da che parte stiamo. Lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

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