di Federico Mello

La “droga in Parlamento” entra prepotentemente nel dibattito politico nel 2006, grazie alle Iene. Fingendo di voler intervistare deputati a caso, le Iene passano un tampone sulla fronte dei deputati facendo credere che si tratti di una spugnetta con della cipria. In 50 tra deputati e senatori ci cascano, i tamponi – che rimangono anonimi – vengono fatti analizzare. Il risultato è stupefacente: su 50 parlamentari, il 32% risulta positivo al test, in 12 (il 24%) sono positivi alla cannabis e in 4 (l’8%) alla cocaina. Il servizio non andrà mai in onda: interviene il garante della Privacy che, come succede spesso per politici e potenti vari, blocca tutto (viene anche aperta un’inchiesta). Sulla scia del caso Marrazzo, il mese scorso è poi il ministro La Russa a rilanciare l’allarme “droga in parlamento”: “non è vero che tutti i parlamentari si drogano” dice a a Ballarò, e si impegna a fare pubblicamente un test del capello per dimostrare di essere pulito. Passano i giorni e del test di La Russa neanche l’ombra, fino a quando il Fatto Quotidiano non rilancia, chiedendo al ministro notizie sul suo test. Ma si è già messo in moto Carlo Giovanardi, il sottosegretario che ha recentemente dichiarato che Stefano Cucchi, di cui tutti abbiamo visto le foto e le ecchimosi, “è morto per droga”. Chiede scusa poi Giovanardi, ma intanto la sceneggiata dei test antidroga in Parlamento è già cominciata. Come ci racconta un testimone d’eccezione: il nostro Furio Colombo.

 

La Sceneggiata dei test antidroga
di Furio Colombo

In data 5 novembre giunge a tutti i deputati e senatori una lettera a firma Ignazio La Russa. Un parlamentare fra i parlamentari esorta i colleghi a farsi scrutinare sulla questione droga. Chiaro che tutti coloro che si faranno testare sono “puliti”. Prontamente la Camera dei deputati provvede. Ai piedi di una delle scale da cui si accede all’Aula, compare un “check point Charlie”: due medici, un’infermiera o assistente in camice, un funzionario di Montecitorio, un tavolino, un registro. C’è l’effetto simbolico. Per entrare devi accettare o rifiutare (con la debita impressione di sospetto). C’è l’effetto teatrale, come in uno spettacolo d’avanguardia: un assembramento di medici, come se fosse accaduta una disgrazia. E c’è l’aspetto politico. Trovi infatti una fila di colleghe e colleghi deputati che sostano in attesa del nuovo rito parlamentare: lo strappo del capello. Curiosamente nessuno discute due aspetti, certo impropri e anche un po’ ridicoli, di questo evento, tutt’altro che normale in un Parlamento.

Il primo aspetto è una constatazione banale: farsi “testare” nel giorno previsto, dopo una bene orchestrata campagna di annunci che dura da settimane, è il sogno dei più accaniti “utilizzatori finali” della droga. È il paradiso degli atleti che, invece, vengono sorpresi a caso, in un momento imprevisto, da test come questi. Qui basta saperlo. Fai una figurona offrendoti allo strappo del capello, e il giorno dopo si celebra. Quanto ai molti che si sono fatti strappare il capello perché ci hanno davvero creduto (operazione non facilissima per i molti calvi della legislatura), sorprende la forza di una cultura sgangherata che non sa cosa fare con le droghe e sembra ignara del rispetto dovuto ad un Parlamento.

Ecco infatti il punto più interessante. La lettera che invita tutti noi deputati al fatidico test del capello, giunge in tutte le caselle della Camera su carta intestata “il ministro della Difesa”. Dunque è il ministro della Difesa, con tutto il peso che quel ministro ha nel governo, a chiedere il test del capello. Chiedere o ordinare? Un potente ministro dispone, e subito si forma il posto di blocco con addetti in camice bianco. Immediatamente si formano gruppi di deputati pronti a obbedire al ministro. Qualunque sia l’esito dei test, inevitabile dire: c’è qualcosa di stupefacente in questa malinconica e marginale vicenda. Il silenzio del presidente della Camera e dei capi gruppo parlamentari, almeno a sinistra, è certo un motivo in più d’imbarazzo. È incredibile e umiliante che un Parlamento scatti di fronte al ministro della Difesa gridando “agli ordini”.

da Il Fatto Quotidiano n°44 del 12 novembre 2009