In un paese normale, con una decente cultura sportiva e una pratica accettabile di base, il titolo di riguardo andrebbe per forza alle tenniste della Fed Cup, rivinta dalle italiane. Sì, lo so, non c’erano le sorelle Williams tra le Usa battute, sì, lo so, letta così in fretta la notizia da Reggio Calabria ha un irresistibile richiamo provinciale… E invece l’idea che ci possa (ma davvero?) essere l’ipotesi di un rilancio del tennis italiano, dopo decadi di sfaldamento progressivo che rimandano all’attuale Ct di Pennetta/sexy e company, Corrado Barazzuti, a Bertolucci e soprattutto al Maestro Berardinelli e a Panatta, allora “Cristo dei Parioli” e oggi operatore televisivo politicizzato, fa piacere e non solo sorridere. Il tennis ha superato varie stagioni, dalla nobiltà alla borghesia alta a quella piccola, per mischiarsi a un proletariato camuffato da consumatore. Più campi, meno praticanti, nessun campione autentico da una generazione e più. E una Federazione mai adeguata e anzi gestora del precipizio. E adesso, la Pennetta. Gaudeamus, anche perché un tennis italiano all’altezza avrebbe pur sempre un aedo d’eccezione in Gianni Clerici, un regalo della scrittura al giornalismo sportivo (nel suo caso, piuttosto al giornalismo di un autore che ha praticato lo sport).

Andiamo così al nocciolo del giornalismo sportivo, del suo disfacimento (Brera dove sei? E Berra? E Raschi? E Gianoli? E non cito Ghirelli perché almeno è ancora vivo…), della perdita del gusto nei confronti della parola epica, del racconto scippato dall’immediatezza della tv, del rispetto per gli atleti: una china fatta di articoli “buoni per il popolo bue” e “orazion picciole” senza alcun impegno per chi le pronuncia e per chi le ascolta dai microfoni, di gossip e di stravolgimento della realtà per non dispiacere al potere in carica, nello sport e nel calcio, più o meno sempre lo stesso da decenni. Si ammicca da un lato, si tifa dall’altro, si serve (alla Totò) dall’altro ancora. Per carità, tutto bene, si vende una merce e dunque “si dà alla gente quello che chiede”, perfetta metafora di un gigantesco spaccio. E questo accade in tutti i campi, figuriamoci se quello facile e popolare dello spettacolo sportivo poteva scamparla. E infatti non l’ha scampata. Lungo preambolo per parlare della domenica calcistica, a partire da Inter-Roma.

Il posticipo illustre è stato trattato in vari modi dai logografi del quotidiano. C’è chi ha sottolineato l’aspetto “fatica di Coppa”, per l’Inter capolista. Chi ha rimarcato il gioco duro degli interisti, dando voce a Ranieri che però fa l’allenatore della Roma. Chi ha puntato su Mourinho e Balotelli, coppia che scoppia a corrente alternata, essendo comunque i due dei primi della classe, dei predestinati (anche a far pasticci, intendiamoci…). Ci fosse stato però uno che avesse eccepito sul fatto che da tre anni continua ad arbitrare tranquillamente il signor Rocchi di Firenze, quello che secondo Moratti ier l’altro ha arbitrato bene e secondo la Roma ha permesso all’Inter di picchiare. Non entro in questo merito, anche se forse un “giallo” quasi “preventivo” per qualche fallaccio da parte interista ci stava. Ma non è detto. Posso sbagliare nella valutazione, come tutti. Il bello del calcio è la sua mancanza di matematicità, la sua “palla rotonda” per citare i maestri del pensiero rotondolatrico. Quello che invece non si potrebbe mettere in discussione è che arbitra una tal partita un direttore di gara per il quale, con rito abbreviato, sono stati chiesti dai pm napoletani del processo a Calcio-poli un anno e quattro mesi per frode sportiva. Obietterete: ma la giustizia sportiva ai tempi non l’ha degnato di attenzione, dunque è pulito. E ho capito, ma anche Paparesta ne è uscito pulito e non lo hanno più fatto arbitrare, e non è neppure sotto processo a Napoli.

Non solo: ma dalle deposizioni e dalle trascrizioni delle telefonate intercettate, risulta che anche il designatore attuale , cioè il super Collina, aveva allora a che fare in modo eufemisticamente dubbio con le società, in primis con il Milan. In particolare con Meani, l’addetto agli assistenti arbitrali del club di Galliani. Allora? E oggi? Di più: in tribunale, il segretario della Can (Commissione arbitri nazionale) nel 2006, Manfredi Martino, ha dichiarato venerdì scorso (non un secolo fa) che i due designa-tori processati a Napoli, Pairetto e Bergamo, gli avevano detto più volte che il presidente della Federcalcio del caso, Franco Carraro (oggi rilevato nella carica dal suo vice di allora, Giancarlo Abete), “voleva che venissero salvate Lazio e Fiorentina”. Vi sembra abbastanza per destare la curiosità del tifoso, del lettore, del pubblico radiotelevisivo? Che vi aspettereste da una stampa sportiva lontanissima dalla “calligrafia giornalistica” dei Maestri della metà del Novecento summenzionati? Se non scrivono “bene” in linea con i tempi che almeno informino meglio. Ci dicano come sono andate davvero le cose. E invece…

Niente, lo scandalo è servito per una pseudo “pulizia pasquale” del pallone nostrano rigenerato dai Mondiali vinti in Germania. E basta, salvando quello che si voleva salvare. Così si naviga a vista, con arbitri dubbi, processi che rischiano per la loro tempistica e la loro oggettiva difficoltà (troppe le intercettazioni, troppo aleatoria la palla che entra o non entra “non necessariamente” per la volontà delinquenziale di qualcuno: è questo il vero nodo del rapporto tra giustizia ordinaria e giustizia sportiva, fatta apposta per occuparsi peculiarmente di questa “strana” materia rotonda, eppure così dipendente dal potere federale e della Lega dei club da non essere per nulla credibile né affidabile). Vedete, al lettore di questo giornale le informazioni sul “papello”, sulle trattative tra mafia e “pezzi dello Stato” secondo Ciancimino jr, sono abbastanza familiari. Quello che succede nel backstage del calcio no. Un po’ perché a quanto pare “non vogliono sapere” e quindi guai a smontargli il giocattolo, un po’ perché la stampa sportiva è certamente poco colta ma di sicuro tremendamente “protezionista”. Ebbene, mettiamo che nel reame rotondolatrico Totò Riina sia Moggi, come in molti vogliono pensare e in moltissimi vogliono indurre a ritenere per mettere il coperchio al pentolone maleodorante. Quali sono dunque i “pezzi dello Stato” sportivo che hanno avuto a che fare con Moggi? Non varrebbe la pena di occuparsene invece di prendere in giro il lettore/tifoso con il rigore/non rigore su – che so – Totti o Milito?

da Il Fatto Quotidiano n°42 del 10 novembre 2009