» Cronaca
sabato 24/12/2016

“Eni, due trolley e un aereo per la mazzetta in contanti”

Inchiesta per corruzione - Nelle carte dei pm, il faccia a faccia tra l’ex dirigente Vincenzo Armanna e l’attuale amministratore delegato del gruppo

Victor mi disse che 50 milioni in banconote da 100 dollari erano stati portati al ‘chairman’ di Eni. E per ‘chairman’, lui, intendeva Scaroni. Mi raccontò di denaro ancora fascettato, in buste di cellophane, come dire che proveniva direttamente da una banca. Occupava due trolley – continuò – ed era stato portato prima a casa di Casula, ad Abuja, poi fu trasportato con un ‘aereo dell’Eni’ fuori dalla Nigeria, nel settembre 2011, ma io so che l’aereo Eni in quel periodo non aveva fatto voli in Nigeria. Però so anche che c’è un aereo privato che Eni affittava dal console onorario in Congo, Fabio Ottonello”. E’ Vincenzo Armanna, il dirigente Eni che si occupò della trattativa sul giacimento Opl 245 nel 2011, che racconta ai pm milanesi della presunta mazzetta destinata a Paolo Scaroni, precisando di non avere prove dirette. Il sospetto che una tranche da 50 milioni fosse destinata a tornare in Italia, “al management” Eni, fu confermato da un agente dell’intelligence nigeriana (“Victor”) che raccontò: “Ho saputo che 50 sono andati agli italiani, a persone dell’Eni o comunque vicine”. Armanna riferisce che l’ex ministro del Petrolio Dan Etete (vero titolare della concessione sul giacimento Opl 245) all’hotel Bristol di Parigi gli disse: “Boy, you know for whom is this money, is for Paolo Scaroni”. Ovvero: “Ragazzo, tu sai per chi sono questi soldi, sono per Scaroni”.

IL PREZZO. Le accuse di Armanna verso Scaroni sono durissime: “Casula (Roberto, alto dirigente Eni, anch’egli indagato, ndr), con l’endorsement di Scaroni, e in un caso Scaroni in prima persona, hanno provato a far lievitare artificiosamente il prezzo finale di acquisizione del blocco, per permettere il pagamento della esorbitante ‘parcella’ di Emeka Obi”.

L’obiettivo: “Fare in modo che il denaro transitasse interamente nei conti dell’intermediario – che fosse Evp o Petrol Service – cosicché da un lato Malabu (la società dietro cui c’era Etete, ndr) fosse ricattabile e condizionabile e, dall’altro, fosse generata la ‘provvista’ necessaria a soddisfare gli interessi illeciti delle parti nascoste prima dietro Evp e dopo Petrol service. Evp diventava lo strumento attraverso cui Scaroni e Casula potevano costringere e ricattare Dan Etete”.

La Petrol Service è riconducibile all’“intermediario” Gianfranco Falcioni che avrebbe dovuto ricevere soldi su un conto svizzero della Bsi Lugano, ma la banca considera il bonifico sospetto e rimanda indietro i soldi a JpMorgan. “Lo schema di intermediazione che aveva come perno Petrol Service – spiega Armanna – determinava preoccupazioni maggiori, era ingiustificabile, se non in quanto funzionale a una ripartizione illecita che coinvolgesse altri italiani. Si trattava di uno tra i principali fornitori di Eni Nigeria, nonché del console onorario”.

IL CONFRONTO. Su richiesta di Armanna i pm convocano l’attuale ad dell’Eni Claudio Descalzi, anche lui indagato, per un confronto. I toni sono tranquilli, al punto che i pm sono costretti spesso a chiedere di alzare il tono della voce, nel timore di non riuscire a registrare. Il confronto s’incentra su due questioni. La prima: Armanna sostine di aver incontrato con Descalzi il presidente nigeriano Jonathan Goodluck, alla presenza del ministro del Petrolio Alison Madueke Diezani, nella “Presidential Villa”, per discutere del ruolo svolto da Emeka Obi. Descalzi nel giugno 2016 nega: “Mai parlato con il presidente dell’intermediazione di Obi e Armanna non ha partecipato a incontri tra me e il presidente”. Eccoli, uno di fronte all’altro.

Descalzi: “Sono andato a rivedere tutto, passaporto, viaggi, agenda… nel maggio 2010 non ero in Nigeria. In aprile, giugno e luglio non sono andato. Sono andato in agosto, ma è stato un incontro plenario, con la delegazione presidenziale, la delegazione Eni con Scaroni e tutti gli altri. Come funzionavano gli incontri? Andavamo nella sala d’attesa, usciva il presidente, mi portava nel suo ufficio, stavamo dieci o quindici minuti. Finito. Ok? È un presidente. Difficilmente sarei andato a un incontro con il presidente per parlare di un intermediario, con un ministro e altre persone. Prima di tutto perché non vedo un presidente nigeriano che – lo dico senza razzismo – si mette a parlare con dei bianchi di cose così sensibili. Ma il problema è che non è mai successo. Magari Armanna ha fatto questo incontro con qualcun altro”.

Armanna: “Dan Etete si lamentava del fatto che noi non chiudessimo il deal. Bisignani e compagnia erano convinti che il deal si sarebbe chiuso entro l’estate del 2010. Non so se te la ricordi questa parte. Dan Etete ci attribuiva il fatto che perdevamo un sacco di tempo e andò a lamentarsi con Goodluck… l’incontro fu fatto su pressione violentissima di Etete… la motivazione era che non voleva Obi e ci portò tutti al cospetto del presidente. Ci fu una parte molto veloce, all’inizio, dove si parlò meno di 10 minuti e dopo Claudio, con il presidente, come sempre, se ne andavano da soli…”.

D:“Mi ricorderei di aver fatto un contro con il presidente… Non confuto la sostanza però io l’incontro non l’ho fatto… posso averlo incontrato da solo ma non in plenaria…”.

A: “Io invece me lo ricordo perché è stato l’unico incontro a cui ho partecipato…”.

D: “Si vede che alla mia età…”.

A:“All’inizio è stato un incontro molto sereno, poi è saltato fuori che il problema più grosso erano i 200 milioni che voleva Obi. L’obiettivo dell’incontro era capire chi era il portatore di interessi nei confronti di Obi. Il ministro del Petrolio? L’attorney general? Eravamo noi? L’unica cosa certa era che non era il presidente. Il linguaggio non era così diretto ma la sostanza era questa. L’intermediario non è dei nigeriani, è degli italiani. E la risposta è stata “non è degli italiani”. (…). Eravamo seduti in un salone, poi si entra dentro una sala, dove sono andati loro e io non sono mai stato”.

D:“Non è che era Casula e non io?”.

A: “Siete un po’ diversi…”.

D:“Sono pelato…”.

A:“Ti ricordi che la ministra si rifiutava di vederci”.

D: “Non volevamo vederla noi, perché era meglio stare lontani…”.

A: “Sì, per il marito, era un po’ vorace”.

D: “Non metto in dubbio che l’incontro ci sia stato… non metto il dubbio il contesto e il contenuto… ma da febbraio ad agosto e fino al 2012 io in Nigeria non ci sono stato”.

La seconda questione riguarda gli eventuali colloqui tra Armanna e Descalzi in relazione al trasferimento di denaro sul conto svizzero della società Petrol Service.

D: “Questa cosa mi stupisce più della prima. Se mi avesse detto una cosa del genere sarei saltato sulla sedia. La cosa deve essere denunciata perché altrimenti avevamo problemi gravissimi”.

A:“Ti portai all’attenzione che queste informazioni io l’ho avuta da Stefano Puiatti, eh? Non l’ho scoperta da sola. Puiatti lo dice a me e a Ciro Pagano”.

D:“Che questi voglio portare i soldi…”.

A: “Mandare i soldi a Petrol service”.

D:“In Svizzera?”.

A:“In Svizzera”.

D:“Attraverso questo signore?”

A:“No, direttamente sui suoi conti… firmato dal ministero delle Finanze (nigeriano, ndr) … sono andati lì, sono andati a Beirut, sono tornati… andavano e tornavano. Divertentissimo. Quindi ti raccontai, se ricordi, che stavano replicando lo schema Obi … andammo a fumare e io ti dissi che non sapevo che fumavi…”.

D:“Beh (ride)”.

A:“per farti ricordare…”.

D:“Non lo so se fumavo o non fumavo. Fumavo, sì. Poi ho smesso. Però una roba del genere me la sarei ricordata. Sarei intervenuto”.

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Lecca Lecca

La maxi-tangente non è una notizia

Certe cose non si dimenticano. Come i budget pubblicitari dell’Eni: i fasti del passato sono lontani, ma anche con l’austerità della gestione di Claudio Descalzi Eni ha comunque speso oltre 41 milioni in pubblicità nel 2015. Parecchi soldi per un’azienda che, a parte un po’ di bollette e i distributori ex-Agip, non ha davvero rapporti diretti con la clientela finale che legge i giornali. Ma tutto il settore della stampa ha seri problemi di ricavi, è noto. E tutta quella pubblicità viene accolta con gratitudine. E chissà se è stata quella gratitudine o ragioni di spazio a consigliare il minimalismo nel raccontare la chiusura delle indagini sulla più grande corruzione internazionale nella storia d’Italia, con i pm di Milano convinti di aver trovato 50 milioni di dollari di mazzette arrivati al braccio destro dell’attuale ad Eni. Il Corriere della Sera (gruppo Rcs, 4,1 milioni dall’Eni nel 2015) ha confinato la notizia in un colonnino a pagina 19. Repubblica (3,2 milioni alla concessionaria di pubblicità del gruppo, Manzoni) si concede un pezzo in basso a pagina 30. Il Sole 24 Ore (2,2 milioni alla sua concessionaria) dedica una bella apertura di pagina 31 all’Eni, ma per celebrare la conquista di due giacimenti a Cipro, sotto c’è un pezzetto sulla chiusura delle indagini. E poi dicono che la pubblicità non serve a nulla.

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