I risultati delle elezioni politiche tedesche confermano il timore di molti che la certezza della vittoria di Angela Merkel avrebbe liberato la strada all’estrema destra: e infatti, per la prima volta dal 1945, l’estrema destra rientra nel Bundestag. L’Alternativ für Deutschland, con il 12,6% dei voti, si piazza al terzo posto tra i partiti più votati dopo Cdu e Spd guadagnando ben 94 seggi. La Cdu della Merkel, perciò, stavolta non è riuscita ad arginare una forza politica che, come testimoniano le parole di stamattina della ex leader Frauke Petry, aspira ad andare al governo nel 2021. È altresì emblematico, ma per nulla sorprendente, che la AfD si sia affermata soprattutto nella Germania orientale, in Sassonia e nel Brandeburgo, tra i Länder più poveri del paese.

L’AfD rimarrà all’opposizione, ma è chiaro che la Germania ha virato decisamente a destra, come emerge dai numeri: il 33% delle preferenze alla Cdu di Angela Merkel, il 10,7% alla Fdp (liberali e liberisti fanatici delle politiche di austerity e di una retorica antieuropea), oltre alla AfD. Quest’ultimo elemento, in particolare, rischia di polarizzare il dibattito e di riportare una certa conflittualità sociale, come dimostra il moltiplicarsi delle manifestazioni anti-AfD, dalle dimostrazioni ad Alexanderplatz, all’hashtag #88Prozent che oggi è trending topic su Twitter, usato per sottolineare come l’88% del popolo tedesco i neonazisti non li voglia affatto.

I socialdemocratici della Spd si trovano in una crisi profonda, dovuta sia a una fisiologica perdita di identità – a causa del furto di molti loro successi da parte della “idrovora” Frau Angela – sia a un estenuante esercizio del potere in una posizione subalterna e debole, oltre a una leadership oscillante, prima con Sigmar Gabriel e poi con Martin Schulz. La credibilità di quest’ultimo come alternativa innovativa e vincente a Merkel è stata sempre piuttosto zoppicante, dopo essere stato fautore a Bruxelles di una Grosse Koalition che ha paralizzato il Parlamento europeo per anni. La scelta di andare all’opposizione era perciò scontata.

Per quanto riguarda il futuro governo, invece, si conferma la possibilità di una coalizione originale, detta “Giamaica”, tra Cdu/Csu, Fdp e gli stessi Verdi (il nome deriva dai colori ufficiali dei tre partiti, nero, giallo e verde, che costituiscono, appunto, la bandiera della nazione caraibica).

I Verdi hanno raggiunto un 8,9% che gli consegna 67 seggi (contro il 7,3% del 2013) e che rappresenta un miglioramento anche rispetto ai sondaggi negativi della vigilia. Se adesso saranno in grado di negoziare un accordo di governo accettabile, come auspica Angela Merkel, potrebbero tentare di orientare la Germania verso una politica più ambientalista ed europeista; questa, però, è una sfida estremamente difficile. Le prime dichiarazioni sono chiare: si parlerà di cose da fare e non di posti. I temi prioritari dei Verdi restano la decarbonizzazione progressiva dell’economia con la chiusura di 20 centrali a carbone, politiche agricole e dei trasporti più sostenibili, nessuna svolta antimigranti, antisociale o antieuropea. Queste proposte, però, sono molto lontane rispetto a quelle dei liberali e della Csu (i democristiani bavaresi). La Baviera, ricordiamo, andrà al voto nel 2018 e la Csu rischia di perdere la maggioranza assoluta, cosa che potrebbe ostacolare e ritardare la formazione del nuovo governo.

Angela Merkel è indebolita, la Spd è fuori e, per ragioni diverse, anche la Linke. I Verdi prenderanno la decisione se far parte o meno della coalizione di governo attraverso un referendum tra gli iscritti: un modo per responsabilizzare tutti verso una scelta molto rischiosa in una contesto difficile, ma nella quale in tanti vedono anche una opportunità da cogliere.