Cambiare marcia, modificare la mentalità, adeguare l’approccio, trovare altre strade. Lo dicono tutti, dal sindaco al vescovo fino al ministro. E Livorno, col suo choc, ne è diventata la prova e la controprova, nel bene e nel male. Il disastro di Livorno come compendio: la costruzione vicino ai corsi d’acqua e soprattutto sotto al livello dei fiumi, l’allerta e la prevenzione della Protezione civile, la manutenzione, l’innalzamento degli standard delle opere per la mitigazione del rischio. Come può dire ogni geologo, il fiume è uno degli elementi più pericolosi e può trasformarsi in un pericolo devastante specie se ne fa un uso inappropriato: se gli si edifica troppo addosso, se si utilizza per fare le fossette per i campi o se ci si butta un frigorifero a due ante.

La burocrazia che ferma le opere
Ma anche se la burocrazia incredibilmente interrompe il circolo virtuoso. E’ il caso, a Livorno, del Rio Ugione, un corso d’acqua che scorre a Nord, al lato opposto delle zone disastrate della città. E’ – insieme a Rio Maggiore e Rio Ardenza – uno dei sorvegliati speciali della Protezione Civile quando piove un po’ di più: l’altra notte si è gonfiato, è straripato, ma da questa parte non si sono piante vittime. Per l’Ugione – che esonda spesso anche a ridosso del porto industriale – è tutto pronto, compreso il progetto esecutivo e lo stanziamento dei soldi, 4 milioni di euro che arrivano dallo Stato, per realizzare una cassa d’espansione che alleggerisca il carico sul canale. Ma tutto è fermo per “controversie burocratiche e contenziosi“, come li chiama il presidente della Regione Enrico Rossi che per questo ha chiesto poteri straordinari. “Ci sono opere strategiche per la sicurezza dei cittadini e dei territori che, senza che magari venga violata alcuna norma di legge, si possono arenare e incagliare”. Tra le complessità burocratiche, specificano da Firenze, c’è una variante urbanistica del Comune di Livorno che manca, mentre i contenziosi sono invece sinonimo di espropri.

Gli espropri sono per esempio proprio ciò che ci vorrebbe al Rio Ardenza, domenica all’alba ha portato via pezzi di strade e di case (e di vite, purtroppo) fino al mare. Ma gli espropri costano parecchio. In Comune, a Livorno, ci sono già degli studi di fattibilità ma le risorse delle amministrazioni ormai sono talmente ridotte che gli investimenti a lungo orizzonte sono quasi impraticabili. Il Rio Maggiore, per esempio, ha le sue 4 casse d’espansione perché il Comune la pose come premessa per la realizzazione di un nuovo quartiere, il Nuovo Centro, una decina d’anni fa. Così le casse d’espansione le ha pagate il privato. Eppure non è bastato. “Lì dentro – dice al Tirreno Stefano Pagliara, professore di protezione idraulica a Pisa e consulente del Comune di Livorno – sono finiti circa 205mila metri cubi di acqua, tanta ma non sufficiente. In Toscana c’è stato un evento paragonabile a questo solo nel 1996 in Versilia. Se fosse accaduto sull’Arno, sul Po o sul Tevere sarebbe stato lo stesso”. Non è bastato perché le 4 casse di espansione sono state realizzate con “tempo di ritorno” di 200 anni che significa che può contenere acqua per un nubifragio che si ripete statisticamente una volta ogni 200 anni. Ma, appunto, non è più sufficiente perché lo scarico delle precipitazioni sta aumentando, di decennio in decennio. L’altra notte, per esempio, secondo gli esperti è stata una precipitazione che può avere un tempo di ritorno fino a mille anni. Per una roba del genere non sarebbe pronto nemmeno l’Arno.

Pagliara era stato consulente anche per il Rio Maggiore, aveva fatto previsioni anche sui 500 anni che hanno permesso per esempio di rafforzare gli argini per evitare onde anomale. Alla fine però fu deciso di non fare casse di espansione più grandi perché la spesa sarebbe lievitata. Alzare gli standard di sicurezza, infatti, comporta un aumento enorme dei costi: “E’ come se dicessi: prevedo un terremoto di magnitudo 9 e sistemo tutta Italia, è evidente che sto dicendo qualcosa di completamente fuori dalla portata del Paese”. Solo per rispettare la messa in sicurezza l’asse dell’Arno con un “ritorno di 200 anni”, per dire, servirebbero 6 miliardi di euro. Finora sono stati spesi poco più di 200 milioni.

Tombature e troppo cemento sulle colline
Ma il problema del Rio Maggiore è anche un altro, cioè l’interramento deciso dalle amministrazioni di sinistra oltre trent’anni fa, quando la consapevolezza ecologica era diversa. Il torrente è interrato per oltre un chilometro e l’acqua è “costretta” in un tunnel”. Basta un ostacolo e salta tutto. Basta un nubifragio anche “meno eccezionale” di quello di domenica e salta tutto. A proposito di corsi tombati, per esempio, a Livorno i danni maggiori non li ha fatti solo il Maggiore, ma anche il Rio Banditella di cui pochi hanno parlato. Per la prima volta chi si occupa di Protezione Civile ha visto quel corso d’acqua esplodere fino a distruggere piazza delle Carrozze, ai piedi del Santuario di Montenero. Montenero però è quasi sempre al centro delle cronache di maltempo. “Negli ultimi venti anni – dice la responsabile di Legambiente Livorno Emidia Baldi – è stata in buona parte cementificata, alterato tutto il sistema idrogeologico. La gestione del territorio è stata poco lungimirante, e ora ne paghiamo le conseguenze”. Anche perché con i canali tombati la manutenzione è quasi impossibile. Una fogna che non prende acqua, un pietrone lungo il canale possono significare disastro oppure no, ma anche vita o morte. La soluzione starebbe nella realizzazione di più corsi d’acqua, per alleggerire la portata. Ma servono molti soldi. A Genova lo hanno fatto con il Bisagno. Ma dopo molte alluvioni, molti anni, molte lacrime.

La manutenzione
La manutenzione, quando si può, resta fondamentale. A Livorno proprio quest’estate si è concluso un progetto proposto dal Comune, finanziato dalla Regione e portato avanti dal consorzio di bonifica che ha in carico la pulitura dei corsi. Costo: 155mila euro. Si chiama “Fiumi coscienti” e l’amministrazione di Livorno lo ha proposto un po’ per ripulire quella rete di fossi che attraversa Livorno come le vene di una mano, un po’ per dare un segnale sul fronte della disoccupazione. Sedici lavoratori suddivisi in due gruppi, assunti per sei mesi ciascuno, per un totale di 45 chilometri di corsi d’acqua da curare. “Questo percorso – disse a suo tempo il presidente del consorzio, Giancarlo Vallesi – ci consentirà di lavorare per aumentare le attività di manutenzione con l’obiettivo della riduzione del rischio idraulico su Livorno, sempre con la consapevolezza, però, che gli eventi meteorologici sempre più estremi sono difficilmente gestibili e che non esistono condizioni di sicurezza totale”. A Livorno, aggiunge al Fatto.it, “abbiamo effettuato nel 2017 due manutenzioni ordinarie come previsto. L’ultima si è conclusa intorno al 20 agosto, per una spesa totale di 500mila euro. Sui fossi che hanno esondato sono state poi fatte negli ultimi anni opere di manutenzione straordinaria: delle casse di espansione sul rio Maggiore, e un’arginatura pensile sul lato destro del rio Ardenza”.

Il cambio di passo
Le due opere hanno tenuto, ma tutto cambia con un nubifragio di tale potenza. “Arriva alla fine di un’estate molto calda e molto secca. Tutta l’energia accumulatasi nel sistema climatico si sfoga poi in eventi di questo tipo ”, spiega il presidente di Legambiente Toscana Fausto Ferruzza. “Non parlerei di un evento eccezionale: si tratta piuttosto di una nuova normalità frutto dei cambiamenti climatici in corso e a cui ci dovremo abituare”. Così, anche le infrastrutture andranno costruite non più tenendo conto delle condizioni del passato, ma di quelle future: “Fino ad ora – dice Vallesi – si progettava considerando una soglia massima di 218 mm di pioggia in poche ore quale ipotesi estrema. Oggi che questo si è verificato, la soglia deve essere triplicata”. Per Ferruzza “serve un piano di adattamento al rischio idrogeologico e sismico: è l’unica grande opera di cui il nostro Paese adesso ha bisogno, ma purtroppo siamo ancora lontani da questa filosofia. Non solo: le persone devono essere preparate su come comportarsi in queste situazioni. In Giappone le esercitazioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, e anche la Protezione civile in Italia dovrà concentrarsi sempre di più sui comportamenti collettivi consapevoli”. Durante un sopralluogo tra Pisa e Livorno, a maggio 2017, per vedere anche i risultati del progetto “Fiumi coscienti”, il governatore Enrico Rossi aveva promesso: “Nell’arco di 10 anni cambierà la sicurezza idraulica della Toscana”. Sembrava un obiettivo a portata di mano, ma tra il fango del rio Ardenza e i tre ponti crollati crederci ora sembra quasi un atto di fede.