L’Unione europea studia una web tax continentale che consenta di tassare i grandi gruppi che operano su internet anche se non hanno sedi fisiche nei Paesi in cui operano. Il progetto sarà discusso la prossima settimana a Tallin durante l’Ecofin, riunione dei ministri dell’Economia degli Stati membri. Nel frattempo il titolare del Tesoro Pier Carlo Padoan e gli omologhi di Germania, Francia e Spagna hanno sottoscritto una dichiarazione politica congiunta a sostegno della web tax che è stata inviata per conoscenza al Commissario europeo Pierre Moscovici.

Nel documento dei quattro ministri si legge che l’elusione fiscale dei gruppi del web mette a repentaglio i principi di equità fiscale e la sostenibilità del modello economico e sociale del continente. “Per questo chiediamo alla Commissione di esplorare opzioni compatibili con la legislazione Ue e proporre soluzioni efficaci basate sul concetto di una “tassa compensativa” sul fatturato generato in Europa dalle compagnie digitali”.

A lanciare l’iniziativa pan-europea è stato il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, che ha suggerito una revisione delle tassazioni nazionali per applicare un prelievo non più basato sull’utile bensì sul fatturato. Il Financial Times ipotizza un’aliquota fra il 2 e il 5% del totale, abbastanza per aumentare le entrate per le casse pubbliche da zero (o quasi) a diversi miliardi di euro. La proposta dopo la rivelazione che il gruppo delle prenotazioni alberghiere Airbnb lo scorso anno ha versato al fisco francese meno di 100mila euro a fronte di un fatturato miliardario. Perché passi è però necessario un voto favorevole all’unanimità di tutti i ministri europei.

L’Italia dal canto suo ha inserito nella manovrina di primavera una sorta di web tax “volontaria”: in pratica le aziende del web con ricavi consolidati superiori al miliardo e un fatturato da oltre 50 milioni nella Penisola possono fare accordi preventivi con le Entrate riconoscendo di avere “stabile organizzazione” in Italia ed evitando così successivi contenziosi. Secondo il presidente della commissione bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), firmatario dell’emendamento, la novità vale fino a un miliardo l’anno per le casse pubbliche. Padoan in quell’occasione aveva spiegato che era necessario affrontare la questione in un contesto europeo perché “soluzioni nazionali hanno delle controindicazioni e possono avere conseguenze indesiderabili”

Finora i big di internet hanno ridotto al minimo la propria imposizione fiscale in Europa grazie a raffinati (e legali) sistemi di trasferimenti di utili da paesi con aliquote più pesanti (come Italia, Francia o Germania) a legislazioni assai più compiacenti per quanto riguarda il reddito da impresa. Booking.com, Google, Amazon, Facebook e Airbnb si stanno arricchendo ai danni degli Stati Ue, a cui non pagano la giusta proporzione di tasse, si legge nel documento che arriverà sul tavolo dell’Ecofin. Di qui l’idea di una web tax che superi l’attuale principio della residenza fiscale delle aziende adattandolo alla caratteristica dell’economia digitale, che produce redditi virtuali in molti Stati pagando le tasse in uno soltanto. In base a questo approccio, “anche senza presenza fisica” un’azienda con una “presenza digitale significativa” nei Paesi dove opera dovrebbe prendere una “residenza virtuale” che la costringerebbe a sottostare alla loro tassazione sulle imprese.