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Il tetto Eni al prezzo del carburante rompe un tabù sul ruolo dell’impresa pubblica

L’Ue affida concorrenza e stabilità monetaria a istituzioni sovranazionali forti, ma la protezione sociale è rimasta competenza nazionale. Un dettaglio tecnico? Per nulla
Il tetto Eni al prezzo del carburante rompe un tabù sul ruolo dell’impresa pubblica
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Un mese fa avevo sostenuto su questo blog il ruolo sociale delle compagnie di Stato. Esse possono regolare gli eccessi del mercato, non solo distribuire dividendi, comunque benvenuti dalla comunità. In particolare, suggerivo come Eni avrebbe potuto svolgere un ruolo regolatore nel momento in cui il paese affronta una grave crisi, frutto di guerre, assenza di politiche industriali, speculazione finanziaria.

Ebbene, i recenti comunicati di Eni, sorprendentemente coerenti con le mie fantasticherie, hanno fatto saltare il banco. Si tratta di una iniziativa spontanea, più limitata di quanto suggerivo. Manca tuttora un quadro sistematico da parte dello Stato. C’è chi intravede imprecisati secondi fini nell’iniziativa. Ma Eni, nel fissare un tetto del prezzo al dettaglio dei carburanti, sposa comunque uno dei presupposti dell’impresa pubblica: lo Stato imprenditore non ha lo scopo di eliminare il mercato, bensì di farlo funzionare laddove l’iniziativa privata crea rendite di posizione o non garantisce l’interesse collettivo.

Eni non fa che mettere in pratica il pensiero del suo fondatore: “il compito di Eni non è l’accumulo del profitto, ma la fornitura di energia a basso costo per fare da volano all’intera economia nazionale.”

Questa iniziativa rompe un tabù. Negli ultimi 40 anni l’Italia ha privatizzato tutto ciò che la mano pubblica aveva costruito nei 40 anni precedenti, trasformando un paese distrutto dalla guerra nella quarta economia del mondo. In molti casi, questo rapido smantellamento non ha creato benefici ai cittadini — ex-comproprietari di ciò che veniva venduto o svenduto — né ai consumatori, ossia gli stessi cittadini. E ha creato spesso monopoli personali — oggi patrimonio di anonime multinazionali del tutto insondabili — con esiti talora simili a quelli delle privatizzazioni sovietiche.

Un tessuto industriale pubblico potrebbe avere di nuovo una funzione? Nel momento in cui il mercato è diventato una strana bestia, controllata in prospettiva dalla Intelligenza Artificiale, a sua volta manovrata da un manipolo di eletti, non dovremmo escluderlo. Anziché sussidiare le aziende siderurgiche per comprare i coils dall’estero, perché non forniamo loro i coils di Stato a buon mercato?

Ancora nel 1990, circa il 75% del credito commerciale veniva erogato da banche pubbliche, un sistema smantellato per decreto nel 1992. L’Alfa Romeo, venduta per mille lire alla Fiat, produceva auto di qualità, testimoniata dal motore boxer della Alfasud. Senza parlare dei trasporti per mare, cielo e terra, su ferro e su gomma, o delle autostrade. Perfino il pomodoro di Stato, inscatolato dalla famigerata Sme, potrebbe calmierare oggi un mercato alimentare che pare sfuggito di mano.

Nelle prossime elezioni italiane due saranno le questioni di fondo su cui confrontarsi. La prima è il ripudio della guerra e come realizzare questo irrinunciabile dettato costituzionale. La seconda riguarda il modello economico sociale del nostro paese. L’archetipo del neoliberismo, sposato dalla Unione Europea senza alcuna preventiva discussione né confronto democratico nelle urne, calza a pennello con le nostre esigenze, peculiarità, sensibilità?

Non c’è un momento preciso in cui i trattati europei proclamarono il neoliberismo come dottrina ufficiale. Ciò che avvenne è più sottile e, perciò, più efficace. L’effetto cumulato di una serie di scelte istituzionali — dal Trattato di Roma al Mercato Unico, da Maastricht all’euro — ha costituzionalizzato alcuni principi economici, sottraendoli alla contesa politica ordinaria.

Mentre i governi comunisti — da Stalin a Mao — e quelli capitalisti — da Reagan a Thatcher, Clinton, Blair — dichiaravano con fierezza una precisa ideologia economico-sociale, l’Europa ha furbescamente deciso di incorporarla nelle regole del gioco, senza proclami. Con sottile astuzia, l’articolo 3 del Trattato di Lisbona fissa come obiettivo della UE “una economia sociale di mercato altamente competitiva”. E riconosce quattro libertà del mercato interno — persone, beni, servizi e capitali — quali diritti fondamentali dei cittadini europei. Una formula ambigua e potente: non è il puro laissez-faire del mercante Legendre, ma nemmeno la socialdemocrazia keynesiana.

La mano invisibile che ha ingabbiato la UE è stata quella dell’utopia ordoliberale tedesca. Egemone a partire dai successi della Repubblica Federale Tedesca, ha dettato le linea guida nella costruzione della Unione, dal Trattato di Maastricht del 1992 e alla Costituzione del 2005. Tutto ciò venne acriticamente tradotto nel Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 mentre il mondo assisteva al più devastante insuccesso del neoliberismo, l’esplosione della crisi finanziaria più grave (finora) del millennio.

L’architettura economico-sociale della Unione Europea affida la concorrenza e la stabilità monetaria a istituzioni sovranazionali forti, quali la Commissione Europea e la BCE. Per contro, la protezione sociale è rimasta una competenza nazionale. Un dettaglio tecnico? Per nulla. Le regole di mercato hanno una forza giuridica vincolante. I diritti sociali sono affidati all’occasionale buon cuore dei governi nazionali del momento.

Pace ed economia sociale non sono questioni del tutto indipendenti tra loro. Se la mano invisibile del mercato ha optato per risolvere militarmente i problemi strutturali dell’Europa, vale la pena seguirne la volontà? Soprattutto i paesi mediterranei non posseggono la cultura per apprezzare il benessere diseguale generato dalla società ordoliberale.

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