La formazione all’estero vale di più di quella in Italia? O è forse solo il lavoro che nel nostro Paese non è adeguato alle aspettative di chi investe anni nello studio e spinge i giovani a cercare fortuna fuori confine? Il fatto che il Jobs act abbia prodotto un maggior numero di contratti a tempo indeterminato, ma peggio retribuiti di quelli in passato regolati dall’articolo 18 (effetto degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni, secondo uno studio preliminare della Banca d’Italia), non fa che aumentare il divario tra i salari dei neolaureati che lavorano in Italia e quelli che si fanno assumere all’estero. Da Cernobbio banchieri, politici, imprenditori e manager di grandi aziende si sono confrontati sul tema con ilfattoquotidiano.it partendo da un dato inequivocabile: lo scorso anno 125mila italiani hanno trasferito la residenza all’estero. Il 90% di loro ha una laurea o un titolo superiore. L’Italia si conferma così fra gli Stati più mobili dell’Unione. Dal forum economico più importante del Paese, la classe dirigente si racconta. Parla delle scelte fatte in prima persona e per la propria famiglia entrando nei temi dell’importanza della formazione internazionale e della decisione di tanti giovani di partire per l’estero. Ne viene fuori un quadro in cui emerge che studiare all’estero è importante, ma non sostanziale. Perché bisogna essere “internazionali” nella testa confrontandosi con realtà diverse e infine decidere dove andare a lavorare senza escludere necessariamente l’opportunità di un rientro ben retribuito. Ma per lasciare la porta aperta ai suoi giovani “internazionali”, la classe dirigente del Paese ritiene che l’Italia debba cambiare pelle ed offrire molto di più che il semplice piacere di lavorare a casa. Oggi, dopo 30 anni di carriera, l’aumento salariale medio è di appena 500 euro, una prospettiva amara che non invoglia certo chi è all’estero. Di cosa ha bisogno allora il Paese per essere interessante agli occhi di studenti o giovani lavoratori ben formati con una testa internazionale? Deve offrire formazione continua, maggiore stabilità negli impieghi e un’adeguata crescita salariale in funzione della carriera. Una formula che passa attraverso la restituzione di competitività alle imprese, sostengono i presenti al Forum del The European House Ambrosetti, evitando la dispersione di un grande patrimonio, essenziale per il futuro del Paese