In principio la domanda era: quanto è resiliente la Terra? Qual è il punto di rottura della vita sul globo? Da questo interrogativo è partito lo studio di David Sloan, Rafael Alves BatistaAbraham Loeb, pubblicato nella sezione Scientific Report di Nature. La risposta? Un asteroide gigante potrebbe distruggere in un colpo solo tutta la vita sulla Terra. Ma non è l’unica calamità che cancellerebbe milioni di esseri in poco tempo. Anche uno tsunami, un terremoto, e una enorme nuvola di polvere se schermasse totalmente la luce del Sole. Questi eventi catastrofici avrebbero la meglio sulla vita, causando l’estinzione di massa. Già 65 milioni di anni fa, una transizione biotica ha annientato il 75% della vita terrestre. Pericolo scampato, dunque. Perché per cancellare qualsiasi famiglia biologica, dagli invertebrati ai vertebrati, servirebbe un evento così potente da far letteralmente bollire gli oceani, secondo lo studio riportato in un articolo anche dalla rivista Science.

I ricercatori hanno calcolato la quantità di energia necessaria per portare tutta l’acqua presente sul globo terrestre ad ebollizione: 100°C: 6 x 1026 joules. Ovvero, circa un milione di volte più del consumo annuo totale dell’uomo, un quadrilione di volte l’energia necessaria per sollevare una navetta spaziale da terra. Tradurre questa potenza in un cataclisma significa immaginare uno dei più grandi asteroidi del sistema solare, quali Vesta (un diametro medio pari a circa 530 chilometri ) o Pallas ( 512–545 chilometri), che impattano sulla superficie terrestre.

La radiazione termica sarebbe tale da non permettere la sopravvivenza neanche ai tardigradi, i più resistenti esseri invertebrati mai classificati. Fortunatamente, nessuna di queste ipotesi al momento è probabile.  Gli asteroidi della dimensione giusta esistono, ma “non stanno andando nella nostra direzione”, ha spiegato l’autore dello studio, l’astrofisico Loeb dell’Università di Harvard. Ad esempio il calore di una supernova potrebbe far evaporare tutta l’acqua sulla Terra, ma l’esplosione dovrebbe essere “proprio accanto” al nostro pianeta, cosmicamente parlando. Tradotto vuol dire a 0,13 anni luce da noi. Insomma, è “davvero difficile sterilizzare un pianeta” afferma Gregory Laughlin, un astronomo della Yale University estraneo allo studio.

Cosa fare di questi dati? I risultati sono più utili per la ricerca sulla vita extraterreste, in realtà. Secondo David Sloan, il cosmologo dell’Università di Oxford nel Regno Unito che ha condotto lo studio, le informazioni ricavate possono darci indicazioni sui “luoghi possibili in cui cercare forme di vita”. Inoltre, se gli organismi più forti della Terra – non solo i tardigradi ma anche altri  microrganismi che crescono in condizioni estreme – possono resistere ad una vasta gamma di catastrofi, tra cui quelle umane, come il riscaldamento globale o le guerre nucleari, allora si può avere un “visione ottimistica sulla vita”, ha confessato Loeb. La vita terrestre “potrebbe essere in grado di sopravvivere a tutti gli errori che faremo in futuro nella politica”.

L’articolo su Scientific Report

L’articolo su Science