“Se la terra brucia se ne accorgono tutti, il fuocoammare invece non lo vede nessuno”. Ha la voce amara Armando Belvisi, 37 anni, piccolo pescatore di Pantelleria, quando raccoglie le reti al tramonto del sole e ci racconta che vorrebbe un’area marina protetta (amp) intorno alle coste della sua isola. “Oggi non si pesca più come una volta, i pesci diminuiscono ogni anno, lo scorfano nero è quasi scomparso, il polpo è preso d’assalto dagli apneisti”. I pescatori locali come lui, che lavorano con sistemi artigianali e sostenibili, sono solo 16 eppure il mare è devastato. “Ci sono delle barche che arrivano da fuori che in questo periodo catturano le ricciole in branco nella loro fase riproduttiva – avverte Belvisi, che è anche vicepresidente dell’associazione dei pescatori panteschi -, e altre con le reti a strascico, distruttive per i fondali marini, che non sempre rispettano la distanza di tre miglia dalla costa o il divieto di pesca nelle zone con meno di 50 metri di profondità, e quando passano creano un deserto”. Le leggi 979/82 e 394/91 hanno individuato un elenco di 48 aree di reperimento meritevoli di tutela tra cui Pantelleria, dove però in oltre 20 anni non è mai iniziato alcun iter amministrativo per l’istituzione. E più passa il tempo più c’è il rischio che la Perla nera del Mediterraneo perda di fascino e i suoi pescatori tirino i remi in barca per sempre. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, il ministero dell’Ambiente risponde che è colpa dell’instabilità politica dell’isola se non esiste ancora, visto che la giunta precedente era contraria, quella attuale è favorevole ma non si può prescindere dalla volontà popolare. Il sindaco Salvatore Gino Gabriele intanto si limita a fare una promessa: “Nel 2018, non prima però, chiederò l’estensione del parco nazionale dell’isola al mare. Non tutti gli abitanti sono d’accordo, c’è diffidenza e paura di subire danni economici. E poi adesso siamo più concentrati sul parco terrestre nato lo scorso ottobre ma ancora senza titolari degli organi”.

Ogni timore è infondato. Perché un’area marina protetta consente di garantire la biodiversità marina, il ripopolamento ittico – grazie alla creazione di una zona di riserva integrale dove è possibile anche fare ricerca – e una maggiore sorveglianza delle acque ripristinando la legalità delle imbarcazioni e delle attività. Favorisce i piccoli pescatori, che usano metodi a basso impatto ambientale, e proteggendo il paesaggio subacqueo diventa un volano per il turismo. Ne sono la prova le vicine isole Egadi. Qui il decreto istitutivo dell’area risale al 1991 e dal 2010 è entrata in vigore a tutti gli effetti. “Le presenze aumentano ogni anno del 10 per cento, le imprese di diving sono cresciute del 60 per cento in cinque anni e abbiamo mappato 77 siti subacquei. E poi ci sono più pesci e di taglia più grande e sono ritornate anche le foche monache” sottolinea orgoglioso Stefano Donati, direttore di una delle aree marine protette che ha riscosso più successo in Italia. “Abbiamo posizionato – aggiunge – dei dissuasori in cemento armato che bloccano la pesca a strascico e ogni barca superiore ai 15 metri di lunghezza è dotata di una bluebox, una scatola blu, cioè un dispositivo per intercettarla, se entra nell’area viene allontanata subito”. Ma le risorse per gestire questi tesori naturali non sono mai abbastanza. Lo Stato spenderà 5,8 milioni di euro nel 2017: “Maggiori fondi consentirebbero la realizzazione di maggiori iniziative, sia in termini di conservazione della biodiversità che di miglioramento dell’efficienza gestionale – comunica il ministero dell’Ambiente – In questo senso la riforma della legge sulle aree protette in discussione al Parlamento prevede un finanziamento, nel limite di 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020, destinato prioritariamente al potenziamento delle aree marine protette”.

Oggi delle 48 aree marine previste quasi 30 anni fa, ne sono state create appena 27, come quella delle Cinque Terre, delle isole Tremiti, di Ustica, dell’Asinara. Più due parchi sommersi, quello di Gaiola nel golfo di Napoli e quello di Baia più a nord. Per un totale di 228mila ettari di mare e circa 700 chilometri di costa. Un patrimonio comunque che già vale una fortuna. Intanto però la conta dei danni per i tratti di costa in attesa di risposte da Roma o che ancora aspettano i fondi statali (che non ci sono) per iniziare gli studi delle acque e dei fondali, peggiora di anno in anno. A Maratea il sindaco Domenico Cipolla è parecchio preoccupato: “Abbiamo già avviato le procedure per la realizzazione dell’area marina protetta ma nel 2016 il ministero ci ha detto che non ha i soldi per far partire i ricercatori dell’Ispra che hanno il compito di esplorare la zona d’interesse su una nave oceaonografica e perimetrarla”. In assenza dell’amp “i pescherecci continuano a usare le reti a strascico creando danni alla posidonia, nell’area archeologica dell’isola di Santo Janni le barche possono ormeggiare rovinando i reperti, e capita che la gente rubi pezzi di stalattiti dalle grotte scavate nella roccia del mare. La guardia costiera non ha le risorse sufficienti per controllare a tappeto tutta la zona” si rammarica il sindaco. Nella lista dei paradisi vittima delle lungaggini burocratiche e del ritardo dei finanziamenti c’è Capo Spartivento, nel comune di Domus de Maria, nel sud della Sardegna. “Abbiamo aperto la procedura sei anni fa ma solo l’anno scorso il ministero ha trovato i soldi per finanziare le ricerche ambientali necessarie – spiega il primo cittadino Maria Concetta Spada – Nel frattempo il mare si sta svuotando di polpi, triglie, seppie, si sono estinte le mormore e i dentici, pochissime le aragoste che a Chia sotto il faro e la torre erano numerosissime. La pesca a strascico si è avvicinata tanto alla riva e ha distrutto diverse secche”. Anche nel nord dell’isola, le acque cristalline tra Capo Testa e Punta Falcone, afferenti al comune di Santa Teresa di Gallura, non sono ancora diventate un’area marina protetta. “Manca il decreto di istituzione del ministero, dovrebbe arrivare in autunno” lo spera tanto il primo cittadino Stefano Pisciottu, che lamenta una drammatica riduzione della quantità di pesce e la rottura del rapporto tra chi fa sub e la fauna marina. “A causa della pesca in apnea l’uomo è scambiato come un predatore e i pesci appena lo vedono scappano”.

Lungo la riviera del Conero, nelle Marche, il progetto dell’amp è bloccato perché i Comuni di Sirolo e Numana, cioè due delle tre amministrazioni (la terza è quella di Ancona) coinvolte nel progetto, si sono messe di traverso. “Non ne abbiamo bisogno, il nostro mare è già pulito e il turismo va a gonfie vele” si difende il sindaco di Sirolo Moreno Misiti. “L’area marina protetta è un’occasione che non possiamo perdere! – controbatte la presidente di Legambiente Marche Francesca Pulcini – È una battaglia che dura da 20 anni. Nel 2000 il Cnr di Ancona aveva ultimato gli studi preliminari per lo studio di fattibilità. Nel 2003 sembrava fatta poi di nuovo uno stop e il riavvio della discussione sul territorio nel 2013. La gente deve capire che ne vale la pena”. A Capri invece è tutto in alto mare. Il percorso si è interrotto sei anni fa, nessuno lo ha più preso a cuore e l’isola continua a essere circondata da un’intenso traffico di traghetti. “Abbiamo tirato fuori i documenti archiviati nei cassetti qualche giorno fa” ammette il primo cittadino Giovanni De Martino.

Una direttiva dell’Unione europa del 2008 (“Marine strategy framework directive”) stabilisce che venga raggiunto un buono stato ambientale delle acque marine europee entro il 2020. Perseguendo undici obiettivi finalizzati alla salvaguardia della biodiversità e alla valorizzazione del paesaggio subacqueo. “Questo significa che non ci sarà più bisogno delle aree marine protette poiché tutte le acque dovranno essere considerate tali. Una legge magnifica, già recepita dall’Italia, anche se non saremo mai in grado di ottenere quei risultati per quella data, l’importante è innescare un processo di cambiamento ” spiega Ferdinando Boero, professore di Zoologia all’Università del Salento e ricercatore associato all’Istituto di Scienze marine del Cnr. “Il vero problema – segnala Boero – è che non abbiamo un sistema automatico per misurare la biodiversità, siamo attrezzati per rilevare la temperatura dell’acqua, abbiamo sempre privilegiato la chimica e la fisica, molto meno la biologia e l’ecologia. Oggi manca il know-how, dobbiamo insistere su questo”.

L’amp è un marchio di qualità ambientale che attira i turisti. Nell’amp “Tavolara – Punta Coda Cavallo”, nel nord-est della Sardegna, è riapparso il sarago, la cernia bruna, il dentice e la ricciola. “Nel ’97, quando sono scattate le misure di protezione, le immersioni erano 500, 25mila nel 2016 – afferma entusiasta il direttore dell’amp Augusto Navone – In questi anni abbiamo potuto classificare oltre 25 punti di immersione e dotarli di infrastrutture. Il turismo subacqueo vale dieci milioni di euro l’anno e in generale l’area marina frutta alle imprese del territorio circa 600 milioni”. Un altro gioiello è l’amp di Torre Guaceto, sulla costa adriatica dell’alto Salento, gestita da Wwf, Comune di Brindisi e Carovigno. Qui la pesca nella zona perimetrata è diventata fino a quattro volte più consistente rispetto all’esterno.