E’ stato bello, anzi bellissimo, trovare, come Severino Boezio nel Cinquecento dopo Cristo, la consolazione nella filosofia. Nel suo De Consolatione Philosophiae, l’Autore medioevale identifica nella conoscenza somma (la filosofia, appunto) la chiave attraverso cui capire e sopportare le anomalie del suo tempo; una sorta di musa femminile a cui attaccarsi come ancora di salvezza quando non si è in grado di dare risposte a fatti che, ai più, appaiono banali o semplicemente il prodotto delle più istintive passioni dell’essere umano. Invece c’è molto di più. C’è l’uomo come soggetto protagonista che vive nel suo tempo e da questo non può staccarsi. C’è l’uomo e la sua struttura, come direbbe Marx, rispetto al quale ogni tipo di sovrastruttura (la legge è una delle sovrastrutture più impositive) può dominarlo “dentro la regola” sino ad un certo punto. E mai di più.

Lo ha detto anche, sul coté letterario, Giovanni Verga con la sua teoria dell’ostrica: ogni tentativo di correggere la propria indole è possibile solo sino ad un determinato limite. Oltre c’è l’abisso: questo attira ma, alla fine, l’essere umano ritorna sempre nel proprio bozzolo, nella struttura propria e del proprio tempo. Però l’abisso piace e offre adrenalina giocarci a sperimentarlo.

Su questa linea il grande filosofo ungherese György Lukacs ha ideato la metafora fantastica dell’hotel abisso, un resort, con tutti i confort immaginabili, che si affaccia su un abisso terrificante ma attraente. Agli ospiti del resort piace gettare degli sguardi fugaci dalla terrazza dell’hotel abisso, a costo, subito dopo, di fare rientro nel piacevolissimo e sicuro hotel. Un po’ di adrenalina fa bene, a costo di viverla senza rischi e per breve tempo.

Tutto questo offre una chiave di lettura filosofica alla vicenda Procura di Roma-Woodcock-Sciarelli: un hotel abisso guardato dai comodi guanciali del resort. Gli investigatori che si indagano tra loro e scatenano una polemica mediatica su un fatto di poco o nessun conto. E questo per plurime ragioni: il giornalista del Fatto Marco Lillo ha chiarito pubblicamente che la fonte delle sue notizie non è il Sostituto Procuratore di Napoli e neppure la brava e nota giornalista; certamente il magistrato dimostrerà di non aver rivelato i segreti della sua indagine e la giornalista Sciarelli ha già dichiarato al Corriere che con il magistrato non parla di investigazioni. E poi, in ogni caso, la rivelazione di segreti d’ufficio (cioè dire d’indagine) è una delle fattispecie meno praticate del panorama giudiziario italiano. Direi anche a buona ragione; in un mondo in cui un post (o un “cinguettio”) è vecchio tre minuti dopo che è stato “postato”.

Pare proprio il “gioco dell’abisso” della metafora di Lukacs. Un “divertissement” pop, in un’epoca in cui la giustizia è tutta pop: nessun interesse per la veridicità delle inchieste e, in fin dei conti, per il loro risultato processuale e la sua funzione risolutrice dei conflitti e delle ferite sociali (secondo l’impostazione dell’antropologo Durkheim). Della giustizia di oggi, quella pop, residua solamente l’interessate a creare la vertigine della notizia, lo sbigottimento momentaneo, magari anche un disgusto o una qualsivoglia partigianeria fugace che, però, dura il tempo di girare la pagina del giornale ed “emozionarsi” o “scandalizzarsi” (sempre in salsa pop) per una nuova notizia, qualsivoglia essa sia; magari i finti dollari lanciati al portiere Donnarumma, reo di aver tradito la fiducia e l’amore dei propri tifosi. Non è da queste pseudo (neppure più post) verità che si può giudicare la giustizia ed il suo funzionamento. Come non si tutela la giustizia nel XXI Secolo erigendosi a numi tutelari del suo sepolcro vuoto, come pare essere stato fatto da parte dell’avvocatura, immediatamente corsa a difesa del mito del segreto investigativo, invocando una sua sacralità processuale.

Questa presa di posizione ricorda tanto, ancora una volta, un’altra splendida immagine filosofica: quella della coscienza infelice hegeliana impersonificata dai crociati che si sobbarcavano mesi e mesi di viaggio ed intemperie per difendere il Santo Sepolcro e poi, giunti alla meta, si trovavano una piccola grotta vuota, rimanendo, dinanzi a questa, basiti ed increduli dalla sua natura di luogo disabitato, sia spiritualmente che fisicamente. E’ stato bello, anzi bellissimo, vivere la giustizia prima della sua versione pop; ma, forse, è altrettanto bello viverne la trasformazione secondo la forza incontrollabile del mondo di oggi.