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Garlasco, Nordio: “Sistema demenziale. Stasi condannato senza rifare il processo”. Ma l’appello bis durò otto mesi perché fu riaperto il dibattimento

Il secondo processo in appello non fu una semplice rilettura degli atti: il dibattimento venne riaperto, furono disposte tre nuove perizie e acquisiti ulteriori elementi probatori. La Cassazione, che aveva annullato l'assoluzione precedente, confermò poi sulla base del procedimento la condanna a 16 anni
Garlasco, Nordio: “Sistema demenziale. Stasi condannato senza rifare il processo”. Ma l’appello bis durò otto mesi perché fu riaperto il dibattimento
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio dice di non volersi pronunciare sui processi, presenti e passati, ma poi, parlando del delitto di Garlasco, definisce “demenziale” il sistema che ha portato alla condanna di Alberto Stasi. È la terza volta che il Guardasigilli, a domanda, risponde sulla vicenda e ancora una volta appare non conoscere nello specifico l’iter processuale nella sua complessità. Secondo il ministro, intervenuto alla Festa dell’Ottimismo organizzata dal Foglio a Firenze, Stasi sarebbe stato assolto due volte e infine condannato. Una ricostruzione che non tiene conto del percorso processuale della vicenda e, in particolare, di quanto accadde nel processo d’appello bis, celebrato dopo l’annullamento della prima assoluzione da parte della Cassazione, quando il dibattimento fu riaperto e furono disposte perizie.

“Se, come dice la legge, puoi essere condannato solo oltre ogni ragionevole dubbio, nel caso citato, Stasi era stato assolto una volta, poi una seconda e poi alla fine, senza rifare il processo ex novo, è stato condannato sulla base di quelle stesse prove su cui era stato assolto”, ha dichiarato Nordio. Una affermazione che non tiene conto del rinnovamento del dibattimento nel processo d’appello bis, che portò alla condanna poi confermata dalla Cassazione. Il ministro ha collegato il caso alle ragioni per cui, a suo giudizio, sarebbe stato necessario cambiare il sistema processuale penale, riforma che, ha sostenuto, non si sarebbe riusciti a realizzare per quanto accaduto con il referendum.

Già nel maggio 2026 e un anno, Nordio aveva espresso considerazioni analoghe, sostenendo che una persona assolta in primo e secondo grado potesse essere condannata successivamente “senza nuove prove”. Una lettura che trascura passaggi decisivi della vicenda giudiziaria di Stasi: non soltanto la Cassazione annullò nel 2013 la prima assoluzione, pronunciata in appello dopo l’abbreviato dal giudice di Vigevano Stefano Vitelli, ma chiese anche un nuovo esame degli elementi indiziari e del metodo seguito per valutarli.

La Corte d’Assise d’Appello di Milano riaprì quindi la fase dibattimentale nel processo bis, disponendo nuovi accertamenti e integrazioni probatorie. La Cassazione aveva infatti ritenuto che il precedente verdetto fosse stato raggiunto attraverso un approccio non coerente con i principi della prova indiziaria e un percorso metodologico non corretto. Non si trattò, dunque, di una semplice rilettura delle stesse prove già esaminate: nel nuovo dibattimento furono acquisiti ulteriori elementi e disposte tre nuove perizie, come aveva ricordato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi. Il processo d’appello bis durò otto mesi come sa chi ha seguito il caso che fu riportato ampiamente dai media.

Tra gli elementi emersi nel nuovo processo ci fu la bicicletta nera che non era stata sequestrata all’epoca delle prime indagini. Il maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, allora comandante della stazione di Garlasco, non aveva ritenuto di acquisirla perché non corrispondeva alle caratteristiche descritte da una testimone. La donna smentì in seguito anche il racconto del militare, che sosteneva di essere stato presente durante la sua testimonianza. Marchetto fu condannato in appello per falsa testimonianza e prescritto in Cassazione.

La bicicletta acquistò rilievo nel processo bis anche per i pedali: la parte civile verificò con il costruttore che quelli montati sul mezzo nero erano in realtà quelli di una bicicletta bordeaux, sulla quale erano state trovate tracce biologiche di Chiara Poggi. Sui pedali furono rilevate tracce di Dna compatibili con il profilo genetico della vittima, materiale descritto come altamente cellulato e ritenuto con ogni probabilità sangue. La bici nera era stata vista appoggiata al muretto della casa dei Poggi intorno alle 9 del 13 agosto 2007, in un orario compatibile con l’omicidio.

La Cassazione definì il mancato sequestro iniziale un “anello mancante” nell’attività investigativa, ma riconobbe che la Corte d’appello aveva tenuto conto di quella lacuna, valorizzando gli altri elementi probatori. Nelle nuove indagini della procura di Pavia, che accusa Andrea Sempio di essere l’assassino di Chiara Poggi, sono emersi profili negativi non depositati e, stando agli inquirenti, anche Dna maschile. Anche per quanto riguarda la distruzione dei reperti il Ris di Parma in una relazione ha spiegato che furono eliminati, come prevede la legge e in assenza di un divieto dell’autorità giudiziaria, 10 mesi dopo la sentenza definitiva nei confronti di Stasi. Quanto alle tracce biologiche sui pedali, il genetista della Procura di Pavia Carlo Previderè escluse che vi fosse stato uno scambio di campioni con quello del cucchiaino sequestrato nell’abitazione: la somiglianza dei valori numerici riportati nei documenti dipendeva dall’impiego di tecniche di analisi differenti.

Nel quadro probatorio furono valutati anche gli elementi relativi alla scena del delitto e al racconto di Stasi. Sulle impronte rimaste sul dispenser del sapone in bagno, i giudici individuarono quelle dell’imputato; sul tappetino dove si sarebbe fermato l’assassino fu rilevata un’impronta di scarpa con suola a pallini, compatibile per numero con quelle che Stasi poteva calzare. Le sentenze hanno inoltre evidenziato le incongruenze nella sua ricostruzione del ritrovamento del corpo e del percorso compiuto nella casa. È su questo iter che si misura la distanza tra la ricostruzione del ministro e quella risultante dagli atti richiamati nelle sentenze e nel dibattimento. La condanna di Stasi non arrivò semplicemente dopo due assoluzioni, sulla base di un identico quadro probatorio: intervenne dopo l’annullamento della prima assoluzione da parte della Cassazione e un nuovo processo nel quale furono disposti approfondimenti e acquisiti ulteriori elementi.

A Firenze Nordio ha affrontato anche il tema dei processi mediatici, sostenendo che, pur essendo la libertà di stampa “sacra e inviolabile”, dovrebbe esistere un limite ai commenti di giornalisti, mezzi d’informazione e social sulle vicende giudiziarie. Ha citato il “Contempt of court”, cioè il disprezzo della Corte, previsto in alcuni Paesi, e ha attribuito la diffusione dei processi mediatici anche alla lentezza e alle contraddizioni del sistema giudiziario italiano.

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