Massimo D’Alema, arriva all’assemblea regionale di Articolo 1-Movimento Democratici e Progressisti a Roma, nel pomeriggio di lunedì e nella calura che avvolge la Capitale. Ha poca voglia di parlare con i cronisti presenti, che subito gli chiedono un commento ai risultati dei ballottaggi poco edificanti per il centrosinistra: “Noi non siamo tra quelli che festeggiano, anche se abbiamo mille ragioni per ritenere che noi non siamo i principali responsabili. Si tratta di una chiara vittoria del centrodestra e di una sconfitta del centrosinistra particolarmente dolorosa, in città come Genova, La Spezia, Pistoia, dove c’era una più radicata tradizione di sinistra. Ma quando accade qualcosa di doloroso non è sufficiente dare la colpa agli altri. È evidente che una parte dell’elettorato di sinistra non ha votato per il centrosinistra”.

Poi sale sul palco, dal quale parla per più di un’ora, ma D’Alema ci tiene ad aprire il suo intervento con una ‘annotazione di carattere organizzativo’: “L’obiettivo di questa giornata di lavoro è fare in modo che un sabato pomeriggio di inizio luglio, che è non precisamente il momento migliore che si potrebbe scegliere, Piazza Santi Apostoli sia gremita e dia al Paese l’immagine di un movimento che prende le mosse sostenuto da una larga partecipazione popolare. Il compito che quella manifestazione sia un grande successo è innanzitutto un compito nostro“. Il 1 luglio, il giorno della manifestazione indetta da Giuliano Pisapia, con il suo Campo Progressista ed Art.1-Mdp acquisterà un significato particolare alla luce del momento delicato e difficile della vicenda politica italiana”, afferma l’ex presidente del Consiglio.

I ballottaggi: “Renzi, se questo è un leader”


Si sofferma sul dato di Genova, città alla quale è particolarmente legato: “Ci sono cresciuto e ci arrivai da bambino nei giorni del luglio ’60 insieme a mio padre, io so cosa significa Genova nella storia d’Italia, e l’idea che sia caduta nelle mani della destra, è un’idea che mi riempie di angoscia. Ho visto che il segretario del Pd non è angosciato, ma lui non sa cos’è Genova, lui non appartiene a quella storia. Chi lo sa persino se qualcuno gli abbia detto che Genova è l’unica città italiana dove una divisione tedesca si arrese ai partigiani”.
Altro che voto a ‘valenza locale’: “In questo voto c’è uno spostamento a destra della società italiana. Io sono rimasto impressionato dal fatto che solo sette mesi fa il 70% degli italiani era favorevole allo Ius Soli ed oggi sono solo il 42%. La crisi economica, la disoccupazione ed il malessere sociale determinano una diversa percezione del fenomeno migratorio. C’è un sentimento di paura, un bisogno di protezione e da questo punto di vista la destra appare più forte. Dall’altra parte c’è un messaggio debolissimo: un centrosinistra diviso, ignaro”.

“Quello che dovrebbe esserne il leader non ha fatto la campagna elettorale, pensando così di sfuggire a una necessaria assunzione di responsabilità di quello che sarebbe accaduto. Io non ho più parole. Oramai resto senza parole, verrebbe da dire parafrasando il titolo di un bellissimo libro, Se questo è un uomo, verrebbe da dire se questo è un leader. Boh? Un leader è uno che combatte anche quando sa che può perdere, anzi – si corregge – anche quando sa che probabilmente perde. Neppure la paura della destra ha spinto il popolo genovese di sinistra ad andare a votare. Non c’è niente da fare: oramai quella che paventavo più di un anno fa, il rischio di una ‘rottura sentimentale’ tra il Pd ed il popolo della sinistra, non è più un rischio, quella rottura si è consumata”.

“La convergenza con Pisapia è un valore aggiunto”


“Io sono assolutamente convinto, contrariamente a quello che fanno scrivere alle ‘gazzette’ che la convergenza con Giuliano Pisapia è un grande valore aggiunto per noi, perché ci aiuta ad allargare e ci libera da quella immagine di ‘fuoriusciti’, di ‘scissionisti’ con cui si è cercato di marchiarci e confinare la nostra influenza, e nello stesso tempo, noi non ci sciogliamo, siamo una forza essenziale, siamo il nerbo, siamo la forza più numerosa e più organizzata di questo nuovo centrosinistra. Perché – è il ragionamento di D’Alema – se ci sciogliamo s’indebolisce tutto, non si rafforza nulla e poi in che cosa ci sciogliamo?” Poi dà alla platea una notizia: “Oggi il giorno dopo il ballottaggio in una delle poche città dove abbiamo vinto, Lecce, strappata alla destra, ottanta dirigenti del Pd di Lecce, la maggioranza del gruppo dirigente, tra cui alcuni sindaci di comuni importanti ed il segretario della federazione, quello che ha condotto la campagna elettorale, hanno abbandonato il Pd e si sono iscritti ad Art.1-Mdp.  Io Piconese l’ho incontrato qualche giorno fa e mi ha detto: “Oh, ma non è che mentre io organizzo da voi, voi vi sciogliete? Sennò dimmelo prima. Dopodiché vedremo cosa maturerà, ma intanto rafforziamo il nostro movimento ma nello stesso tempo lavoriamo per un processo più largo. Per fare cosa? “Ci vuole tempo e fatica, ma l’obiettivo è quello di mettere in campo una formazione politica che possa raggiungere un risultato elettorale a due cifre per incalzare il Partito Democratico sul piano programmatico“.

Il Partito Democratico
“Io non è che penso che non dobbiamo metterci d’accordo con il Partito Democratico, però una cosa è arrivarci con la forza di poter negoziare i contenuti e la leadership, altra cosa è consegnarsi, se restavamo lì. Andare via per poi consegnarci, ci portano alla neuro – sorride – la gente direbbe questi hanno la passione per le gite ed invece non è una gita. Certo lo sappiamo, mica pensiamo di fare una formazione politica che prende il 51%, ma vogliamo avere la forza per avere un peso nella politica italiana a partire dai nostri valori, dai nostri obiettivi e dai nostri programmi. Questo è il punto“. Affronta D’Alema anche il tema sempre spinoso delle rivalità tra le diverse personalità che animano il centrosinistra. “I rancori personali sono per gente che non ha niente da fare nella vita, noi facciamo politica, non abbiamo tempo per i rancori. E la lotta politica va condotta con fermezza, anche con la necessaria durezza quando si tratta di principi non derogabili. La politica non è una festa di gala, una serata danzante, ma senza nulla di personale”.

Torna sulla ‘rottura sentimentale’ che si è consumata tra elettori di sinistra e Pd. “Chi è stato tradito difficile si innamori di nuovo. Non sarà facile neppure per noi. C’è bisogno di tempo, di un programma e di proposte. Se vogliamo recuperare il nostro popolo, c’è bisogno che in noi ci si possa identificare”. Serve dunque, “una forza identitaria che gli elettori di sinistra riconoscano come il loro partito”. E cita il leader laburista inglese Jeremy Corbyn che “ha preso il 40% perché è stato in grado di mettere in piedi un progetto identitario. Ad un convegno di qualche giorno fa, dove sosto stato invitato dai Gesuiti – racconta – e questi sono più a sinistra, non dico del Pd, da cui c’è distanza siderale, ma di noi. Per questo occorre ricostruire una prospettiva per il Paese. Il centrosinistra da qui deve ripartire. Noi siamo nati da una conferenza programmatica, abbiamo fatto proposte, che però bisogna andare su internet per conoscerle, perché nessun giornale di regime ci ha dato spazio. Non siamo nati per indicare gli errori degli altri. Abbiamo proposte sul lavoro, sulla difesa dei beni comuni e del patrimonio”.

“Nel mondo c’è un mutamento di carattere culturale, c’è un nuovo pensiero economico: un ‘nuovo keynesismo’ che mette al centro la lotta alle disuguaglianze che producono non solo società ingiuste, ma anche infelici e dobbiamo evitare di farci trovare impreparati come quando arrivò la finanziarizzazione dell’economia. Una sinistra moderna, larga e plurale deve mettersi a lavoro per riprogettare la società – e poi – una diversa idea dell’Europa“. “C’è una mancanza di coraggio di cambiare le regole ed i Trattati – continua – Qui occorre un progetto radicale e coraggioso di cambiare l’Unione Europea, che non è né la quiescenza dell’Europa così com’è, né la follia del ‘sfasciamo tutto e usciamo dall’euro’ che è una prospettiva puramente velleitaria e che sarebbe per un Paese che ha il nostro debito pubblico suicida”.

Un nuovo centrosinistra


“Quando io dico ‘centrosinistra’, ovviamente non intendo quello che ha governato il Paese negli ultimi anni, anche perché si è trattato di un’alleanza del Pd con pezzi della destra berlusconiana – prima Alfano a cui poi si è aggiunto Verdini – e non è neppure quello degli anni Novanta. Anche se quest’ultimo non si può archiviare come ha fatto Matteo Orfini (con un lungo post sui social, ndr), che comunque resta imparagonabile per qualità classe dirigente: Ciampi, Amato…”. E giù applausi dalle 120 persone presenti, tra militanti ed ex dirigenti dem di Roma e del Lazio.  “La vera alternativa di fronte alla quale il Paese sarà messo? Da una parte l’alleanza Berlusconi-Renzi, cioè il ‘patto degli eurocorretti’, per cui lavora Merkel; e dall’altra parte una convergenza tra Salvini e Grillo. Voi capite che si tratta di un’alternativa rovinosa, ecco perché è necessario mettere in campo un’altra ipotesi che rompa questa tenaglia catastrofica per l’avvenire del Paese“. “Per questo Berlusconi, malgrado la vittoria elettorale vuole una legge elettorale proporzionale, che non lo leghi a Salvini, perché vuole le mani libere, perché vuole avere la possibilità – che dipenderà dai numeri – di fare un’alleanza con Renzi – ed è la stessa ragione per la quale Renzi non vuol sentir parlare della coalizione di centrosinistra“, sferza ancora.

Qui D’Alema segnala un punto di distacco da Pisapia, che ha proposto le primarie per la leadership del centrosinistra: “Prima di discutere di come farle, bisognerà verificare se ci sono le basi programmatiche, culturale, ideale, per poter fare una coalizione? Perché le primarie si fanno quando si è d’accordo di sostenere chi le vince. Fare le primarie con Renzi è come con la roulette russa, nel senso che se viene il colpo sbagliato… (ride tra gli applausi, nda). Non se po’ fa e giustamente anche lo stesso Pd dice di no e capisce che è una prospettiva irrealistica. Mettiamola da parte questa ipotesi. Noi dobbiamo costruire una politica alternativa alle politiche neoliberiste di questi anni”.

Il Brancaccio


“Io non sono per fare la ‘Sinistra Arcobaleno‘, dove tutti i dirigenti intorno ad un tavolo, si riuniscono per spartirsi le candidature. Questa roba non funziona. Io sono per partire da un confronto ideale e programmatico, ma senza pregiudiziali. Io sono andato al ‘Brancaccio’ e mi sono sciroppato cinque ore di assemblea. Una parte della quale era dedicata, con un certo garbo, senza nominarmi, era dedicata ad insultarmi. Io sono stato seduto. Ho anche preso qualche appunto – non sugli insulti, ironizza – perché oltre a questo, ho sentito anche tante cose interessanti: tanti ragazzi, associazioni di volontariato e no profit, da cui sono venute tante proposte. C’era una certa vena di estremismo, ma c’era anche tanta umanità positiva e anche alcune idee interessanti. Non c’interessa tutto questo? Io lo considererei un errore”. D’Alema è in campo, eccome.