Ecco la poesia proposta agli studenti dell’esame di maturità per l’analisi del testo

Versicoli quasi ecologici (1972)

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

(1972, dalla raccolta Res Amissa)

Colui che trova un bene smarrito, qualora sia ignoto il proprietario, deve consegnare il bene al sindaco del luogo in cui è stato rinvenuto. Se il proprietario non si presenta entro un anno dall’ultimo giorno della pubblicazione del ritrovamento del bene nell’albo pretorio del Comune, il bene stesso, oppure il suo prezzo se venduto, appartiene a chi l’ha ritrovato”.

Di certo Caproni aveva usato questo titolo per la sua raccolta sapendo perfettamente il significato giuridico di res amissa, non Cosa perduta, bensì “bene smarrito”. Qui il bene è la natura che una volta ci è appartenuta e che noi abbiamo “smarrito”. Tema che ci trova tutti d’accordo. Ma la scelta di questa poesia del grande Giorgio Caproni (Livorno 1912, Roma 1990) suona alle mie orecchie stonata. Non perché il tema non sia attuale, lo è eccome!

Però mi sembra che all’origine di questa scelta da parte della commissione del Ministero ci sia stata questa meccanica necessità: bisognava trovare una poesia ecologista di un grande poeta italiano. Così da unire l’analisi del testo con un tema di attualità. Ma così non si fa onore né a Caproni, né al tema di attualità. Allora sarebbe stato meglio dare una bella poesia di Caproni e come saggio breve un brano tratto dalla lettera del capo indiano al grande capo di Washington. Bufala o non bufala, è un testo bellissimo.

Per ridare a Caproni ciò che gli spetta preferisco una sua magnifica e antica poesia. Il ritmo di questo sonetto, disubbidiente ai rigidi canoni metrici, senza la tradizionale spaziatura tra terzine e quartine, è pieno di musica (amore non dimenticato di Caproni). Qui ogni verso è legato al successivo dal senso. E’ un sonetto che conserva “qualcosa di oppresso”, come ha detto Caproni stesso commentandolo, aggiungendo che fu composto nel 1944 “cioè in un periodo che per me fu della più chiusa clandestinità. E anche questo vorrei dire: che l’occasione fu una veglia presso le salme di alcuni partigiani, trovandomi in una vasta casa di montagna, insieme ai quei morti sul nudo ammattonato e ad alcune donne che, con ostinazione maggiore dello sgomento, continuavano mute a cucire le bandierine dei ‘distaccamenti’” (Cit in una rara e amata edizione dei Quaderni internazionali di Poesia, vol.VII, Mondadori, Milano 1947).

Ecco il Sonetto numero IV della serie LAMENTI

Quali lacrime calde nelle stanze?

Sui pavimenti di pietra una piaga

solenne è la memoria. E quale vaga

tromba – quale dolcezza erra di tante

stragi segrete, e nel petto propaga

l’armonioso sfacelo? No, speranze

più certe son troncate sulle stanche

bocche dei morti. E non cada, non cada

con la polvere e gli aghi nelle bocche

dei morti una parola! La ferita

inferta, non rinsalderà la notte

sulle stanze squassate: è dura vita

che non vive nell’urlo in cui altra notte

geme – in cui vive intatta un’altra vita.

Tema, questo della guerra partigiana, altrettanto denso di riflessioni. Tema qui costruito con scelte metriche innovative, meditate, arditissime per quell’anno (1947). Ecco in questi versi ritrovo il Giorgio Caproni che mi conquistò proprio l’anno della maturità, quando un insegnante, coraggiosamente, ci fece correre veloce sui poeti futuristi, presenti nel programma da portare all’esame, per poterci poi raccontare con calma la poesia di questo livornese di nascita e genovese di adozione, schivo e grandissimo non previsto dai programmi ministeriali.