Ieri messi all’indice dalla Chiesa, oggi indicati come esempio da Papa Francesco. È la parabola a lieto fine di don Primo Mazzolari, di cui il 18 settembre prossimo sarà aperta la causa diocesana di beatificazione, e don Lorenzo Milani. Il pellegrinaggio di Bergoglio sulle loro tombe, nella chiesa parrocchiale di San Pietro a Bozzolo, in provincia di Mantova, e nel cimitero di Barbiana, frazione del comune fiorentino di Vicchio, ha messo la parola fine a incomprensioni e speculazioni su queste due figure. Due preti che, come ha ricordato Francesco, hanno “lasciato una traccia luminosa, per quanto ‘scomoda’, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita a un vero e proprio ‘magistero dei parroci’, che fa tanto bene a tutti”.

Eppure la Chiesa delle loro epoche non solo non li ha compresi, ma li ha perfino osteggiati, accusati di eresia ed esiliati in un due piccole periferie geografiche ed esistenziali. Più volte sotto processo per i loro scritti in favore della pace e dell’educazione che oggi risuonano di un’attualità sconvolgente. Parole la cui paternità potrebbe essere tranquillamente di Bergoglio. Due profeti, anticipatori del Concilio Ecumenico Vaticano II, eppure osteggiati dai loro vescovi e dall’ex Sant’Uffizio e costretti all’isolamento. Ma anche nella piccola parrocchia di Bozzolo e nella scuola di Barbiana è fecondata la grandezza del loro magistero che oggi Francesco ha posto come modello per tutta la Chiesa.

Quando fu convocato da san Giovanni XXIII in Vaticano, don Mazzolari era convinto che gli sarebbe stata comunicata la scomunica. E invece fu profondamente sorpreso quando Roncalli lo accolse definendolo “la tromba dello Spirito Santo nella Bassa padana”. “Camminava avanti – aggiunse di don Primo il beato Paolo VI – con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. E’ il destino dei profeti”. “Non posso tacere – ha sottolineato Francesco – che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al vescovo scrisse: “Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato“.

Dal cardinale Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi – ha aggiunto Bergoglio – lo fa il vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco -, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa”.

Da Bozzolo il Papa ha svegliato il cattolicesimo italiano. Un “metodo sbagliato – ha sottolineato Francesco – è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. E’ un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude porte e genera diffidenza”.

Due, in particolare, le indicazioni che il Papa ha voluto dare ai pastori di oggi. La prima Bergoglio l’ha ripresa dalle parole di don Mazzolari: “Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente”. La seconda, che ugualmente sta molto a cuore a Francesco, è “diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù”. “I poveri – diceva don Mazzolari – vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti”. “Ridare ai poveri la parola – ha aggiunto il Papa facendo eco alle parole di don Milani – perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia”.