Don Milani riformatore religioso. Don Milani pacifista. Don Milani pedagogo. Ma al fondo della variegata e complessa esperienza religiosa e civile del priore di Barbiana, che cosa alimenta di senso il suo essere prete e cittadino sovrano? Se proprio vogliamo limitarci ad individuare una parola che tutto racchiude e spiega, essa non è fede, obbedienza, scuola o altro, ma giustizia. La giustizia evangelica espressa nel Magnificat. Il giovane Lorenzo, figlio di una famiglia ricca, colta e agnostica, decide di convertirsi e di farsi prete per servire il Dio che rovescia “i potenti dai troni e innalza gli umili” e ricolma “di beni gli affamati” e rimanda “a mani vuote i ricchi”.

Nel 1943, a vent’anni, Lorenzo Milani come Francesco d’Assisi non sceglie di andare verso i poveri, di militare dalla loro parte, ma di diventare lui stesso povero, spogliandosi delle vesti del privilegio. La sua conversione non fu un fulmine a ciel sereno ma il progressivo turbamento della sua coscienza giovanile per il discrimine sociale che faceva di lui, come lo chiamavano i contadini dei poderi che la famiglia possedeva a Montespertoli, “il signorino Milani”. Molte le testimonianze al riguardo. Dal senso di colpa che provava quando l’autista di famiglia lo accompagnava a scuola e lui voleva scendere prima perché si vergognava a farsi vedere dai compagni alla popolana di Firenze che lo sgridò, con il suo cavalletto di pittore, mangiava, nell’estate del 1941, in piena guerra, un panino: “Non si mangia il pane bianco nelle strade dei poveri”.

Poiché in Milani la povertà è misurata non dal conto in banca, ma dalla conoscenza e dall’uso della parole, ecco che la scuola diventa strumento di elevazione e giustizia sociale: “La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale. La distinzione in classi sociali non si può dunque fare sull’imponibile catastale, ma su valori culturali” , scrive il priore di Barbiana in Esperienze pastorali.

Ecco allora che l’orizzonte del suo operare di prete non è la scuola, ma la giustizia. Gli orizzonti sono altri. Sul piano religioso il Magnificat e le Beatitudini e su quello civile la Costituzione. “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero ad un livello superiore. Non dico a un livello pari dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più di tutto”, scrive don Milani in Esperienze pastorali a pagina 239.

La scuola è solo uno strumento. Come il voto e il sindacato. “E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruenti: lo sciopero e il voto”, scrive in L’obbedienza non è più una virtù don Milani. Che difende il diritto allo sciopero con parole che potrebbero degnamente campeggiare nelle pareti di qualche Camera del lavoro: “Lo sciopero è un’arma. Somiglia alla spada dei cavalieri medievali che veniva consacrata sull’altare in difesa dei deboli e degli oppressi. Se era cristiana quella spada lo sarà di più lo sciopero, arma incruenta. Ma se c’è poi uno sciopero che ha in più il profumo del sacrificio cristiano è lo sciopero di solidarietà”.

A proposito della scuola, un amico del priore, Giorgio Falossi, scrive: “L’insegnamento di don Milani a San Donato e a Barbiana non è stato dato tanto per formare una cultura quanto per compiere un atto di giustizia”. E aggiunge: “Non ha senso cercare di spiegare i rapporti di don Milani e la scuola di Stato. Perché rapporti non ce ne sono. Dall’insegnamento di don Milani non nasce certo una scuola, sia pure diversa da quella dello Stato. Possono nascere coscienze nuove, passioni, segni di speranza”.