La gestione dei servizi pubblici locali è una tavola sempre imbandita. I commensali sono tanti e insaziabili, ma il cibo basta per tutti. E ognuno prende la sua porzione come può. Nel libro “Ho visto cose”, l’ex manager pubblico e consulente ambientale di lungo corso Alberto Pierobon, insieme al giornalista Alessandro Zardetto, racconta, come recita il sottotitolo, “tutti i trucchi per rubare in Italia”. Aprendo davanti agli occhi del lettore ormai abituato alle notizie di ruberie e spreco di denaro pubblico ma spesso non ai meccanismi che li permettono, l’armadio della vergogna della corruzione in Italia. Un viaggio tra storie che sono allegorie del malaffare diffuso. Situazioni in cui spesso, spiega Pierobon a ilfattoquotidiano.it, “sulla carta va tutto bene e le irregolarità vengono fuori solo se si va a rovistare nei cassetti e a vedere gli effetti reali e a lungo termine di certe scelte”.

Appalti taroccati
Di storie di questo tipo, l’autore ne ha viste molte. Anche di particolarmente impressionanti. Nel libro, si racconta per esempio il caso dell’appalto per la costruzione di un inceneritore, in cui alcuni membri della commissione che ha scelto la ditta vincitrice non sapevano niente di questo tipo di impianti e, come se non bastasse, avevano anche conflitti di interesse. “Balza all’occhio (…) che non tutti i componenti della commissione hanno le competenze adeguate per seguire un appalto del genere e che alcuni di questi hanno avuto relazioni con i tecnici interessati”, scrive. Persone selezionate attraverso “un questionario preparato ad arte per ogni componente della commissione, dove le singole risposte venivano inserite come se fossero frutto delle valutazioni dei candidati, ma in realtà era tutto pilotato”. Irregolarità portate alla luce e di nuove messe a tacere da un giudice che archivia il caso nonostante le richieste del pm. Così, il contratto con la ditta prescelta viene stipulato come se fosse tutto a posto.

Emergenze costruite a tavolino
Una commissione inesperta non è l’unico trucco per far vincere la ditta già scelta: le aziende indesiderate, per esempio, vengono tenute alla larga stabilendo una base d’asta troppo bassa che rende l’appalto non remunerativo, oppure pubblicando il bando a ridosso della scadenza in modo che i concorrenti non abbiano il tempo per partecipare. Ancora, può bastare anche un accordo di cartello per la spartizione del territorio: “Contravvenire al sistema porterebbe a un isolamento dalle conseguenze drammatiche per qualsiasi imprenditore, se non peggio”, dice un politico a Pierobon. Quando è possibile, poi, si opta per un affidamento senza gara. Non è difficile, basta costruire a tavolino le condizioni necessarie: per esempio, non facendo manutenzione, si crea una situazione di emergenza che permette di fare l’affidamento diretto, oppure si fraziona l’importo dell’appalto in piccole somme che permettono di aggirare le regole sulle gare, o ancora si chiede alla ditta destinata a vincere di procurare anche gli altri quattro preventivi che la pubblica amministrazione, secondo la legge, dovrebbe esaminare prima di scegliere il vincitore. Di nuovo, sulla carta è tutto a posto, ma dietro le apparenze si nasconde una situazione che di trasparenze e legale ha ben poco.

Cooperative sociali: affidamenti diretti e consenso
E sempre in tema di appalti, Pierobon denuncia l’anomalia delle cooperative sociali, che “godendo di un regime privilegiato, possono essere oggetto di affidamento senza gara”: in molti casi più che occasione di impiego per soggetti svantaggiati si trasformano in macchine per fare soldi e fabbricare voti. Emblematico il caso di una regione del Nord: “Oltre 40 isole ecologiche per 30 Comuni, affidate a delle cooperative sociali. Un serbatoio di persone, racchiuse in pro loco e associazioni varie, sistemate dai sindaci. Sin dall’inizio il tutto viene gestito come vogliono le singole associazioni, dove a capo ci sono persone senza la minima esperienza nel settore. Il Comune se ne disinteressa presto, quello che importa è accaparrarsi consenso e voti alle prossime elezioni”.

Guadagnare con le alghe
E i Comuni spesso pagano all’oscuro di tutto, o forse facendo finta di non sapere. Vedi il caso del business che si nasconde dietro il servizio di raccolta delle alghe dalle spiagge. “Gli operatori ‘scaltri’ che fanno? Cercano di portare via sabbia sia ufficialmente (inserendola nel peso delle alghe come storicamente avvenuto), sia in ‘nero’, portandola altrove”. Le alghe vanno in discarica, “la sabbia in impianti edili (dove verrà mischiata con altro materiale per venire recuperato o venduto). Ma, come detto, non tutte le sabbie sono uguali, e quella marina si presta male alle costruzioni edilizie, per la componente di sale che pregiudica la stabilità. Tuttavia, diluendo le parti, nessuno si accorge e si guadagna”.

La tecnologia che nasconde gli sprechi
Dal mare all’acqua, quella dolce: in Italia, la rete idrica è un colabrodo, con picchi di perdite del 40%. E questo nonostante sempre più spesso le aziende che la gestiscono si dotino di costosi software che permettono di monitorare lo stato delle tubature. “La tecnologia è diventata il paravento per finanziare i servizi e permettere immensi sprechi”, scrive Pierobon, facendo l’esempio di un Comune del Centro Sud dove l’interfaccia digitale usata per tenere sotto controllo la rete nasconde un quadro di sprechi, mala gestione a danno dei cittadini e allacci abusivi: “La maggior parte delle riparazioni eseguite coinvolgono, a distanza di pochissimo tempo, zone già interessate da guasti, per i quali il Comune ha sborsato fior di quattrini”.

Una malattia endemica
Ma la lista delle ruberie raccontate nel libro è lunghissima: ci sono, per esempio, i gruppi che gestiscono i servizi pubblici costruiti sul modello dei vasi comunicanti, in cui si spostano i costi e i ricavi da una società all’altra in base alle esigenze. Ci sono gli impianti di trattamento rifiuti che per occultare la monnezza acquisita in nero la fanno figurare anche in entrata, pesando gli autisti dei camion. Ci sono le società pagate dagli enti locali per dare servizi che riescono a efficientare il lavoro ma non vogliono ribaltare i risparmi sulle bollette dei cittadini. Un malaffare non più fatto di una sfilza di episodi diversi, ma endemico, che sta divorando gli enti e i soldi pubblici.

Muro di gomma
I tentativi di Pierobon di riportare legalità e trasparenza nelle amministrazioni, in qualità di manager prima e poi di consulente chiamato a individuare gli inghippi della gestione dei servizi, si sono spesso scontrati con un muro di gomma. Dai tentativi di corruzione andati a vuoto da parte di un’azienda – “Possibile che questo sia l’unico coglione in Italia che non prende le tangenti?”, dice di lui, intercettato, il rappresentante della ditta – ai due mesi difficili da subcommissario alla raccolta differenziata in Campania, nel 2007, screditato, “commissariato” e infine rimosso con un atto di legge.

Alla fine di un libro così amaro, anche se mai rassegnato, viene quasi naturale pensare che servono più controlli o leggi più severe contro la corruzione. Per l’autore, però, “la cosa principale sarebbe che i responsabili anti corruzione degli enti pubblici facessero semplicemente il loro lavoro, incondizionatamente”. E invece, spiega Pierobon a il FattoQuotidiano.it, “spesso ci si gira dall’altra parte o non si fanno i dovuti approfondimenti. Da una parte c’è un senso etico sempre più debole, ma dall’altra anche la consapevolezza delle conseguenze molto pesanti che deve sopportare chi decide di esporsi. Il dipendente pubblico che mette i bastoni tra le ruote a sprechi e ruberie viene completamente abbandonato dai suoi colleghi prima e dal sistema poi. Così, più di una volta mi sono trovato di fronte a funzionari comunali che, di fronte a questa prospettiva, hanno preferito dire ‘non ricordo’ o continuato a difendere lo status quo”.