Nelle lotte e nei conflitti si pensa ai vincenti o ai perdenti, difficilmente si pensa a chi in effetti rimane. È una riflessione che mi è sorta guardando il documentario della libanese Eliane Raheb, Those who remain presentato in concorso all’ultimo Trento film festival. Mi sono sentito per un’ora e mezza come se fossi presente in quella striscia di terra tra il Libano e la Siria.

La mia affermazione potrebbe sembrare banale, ma oggi gli spazi assumono una geografia allargata, contaminata. E parlare di confini e divisioni diventa sicuramente un argomento attuale visto che a creare muri e separazioni ci pensa la politica. La regione di Al Shambouk, al nord del Libano al confine con la Siria, è un distretto montuoso abitato da diversi gruppi religiosi: maroniti, sciiti e sunniti. La guerra civile che ha insanguinato il Libano dal 1975 al 1990 ha sancito divisione tra gli abitanti della zona, che ora faticano anche solo a ricordare le collaborazioni e la solidarietà di un tempo. Il sostegno recente al conflitto siriano mantiene ancora in quelle terre un focolaio acceso e pericoloso.

Il vecchio libanese Haykal ha costruito una fattoria e un ristorante e ora sta lavorando a una casa che ha intenzione di lasciare ai suoi quattro figli che da anni se ne sono andati con la moglie. Una storia comune, se non fosse per il contesto in cui è collocato.  Haykal ha fatto il soldato fino al 1974 e per due anni ha seguito la guerra. Il rapporto con la terra di origine non lo ha mai abbandonato, una terra oggi coltivata e fertile. L’approccio della regista Eliane Raheb non è passivo o ideologico in una storia di per sé singolare. I conflitti, oggi aperti e accesi, attraverso le domande della regista non si fanno prevedibili, ma emergono nell’intervista in modo tanto partecipativo da sembrare neutrali. La continua rottura degli schemi dell’intervistato fa emergere un ritratto di Haykal in stretto rapporto alla realtà in cui vive.

Le divisioni nei conflitti si creano al di là dei confini. Osservare quella zona del Libano, valle circondata da colline e catene montuose oggi sorvegliate, fa pensare come i luoghi naturali non siano vittime dei conflitti, ma soltanto momenti di passaggio. La tranquillità e la pace di Haykal è universale e attraversa qualsiasi confine e orientamento religioso. Come i frutti che nascono da quella terra, di cui oggi ci si dovrebbe, invece, prendere cura.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Valeria Parrella, la scrittrice che parla alle donne: “Le ragazze di oggi? Confuse. Hanno un’idea edulcorata del sesso ma mandano foto di tette sui cellulari”

prev
Articolo Successivo

Ho visto cose, tutti i trucchi per rubare. Il racconto dell’unico “coglione che non prende tangenti in Italia”

next