Un programma “di recupero dell’equilibrio economico” per l’Alitalia. E’ questo ciò che i tre commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari, hanno chiesto a chi è interessato al dossier dell’ex compagnia di bandiera. Nel bando per le manifestazioni d’interesse non c’è una parola spesa sui criteri di selezione delle proposte né tanto meno la preferenza per un progetto che limiti l’impatto sociale dell’ennesima ristrutturazione. “In otto paginette di bando, i tre commissari non trovano neanche il modo di inserire una considerazione di ordine sociale tra i criteri per la valutazione delle proposte – dice al fattoquotidiano.it Antonio Amoroso, segretario della Cub Trasporti – Dimenticare questo aspetto significa nei fatti avere la pretesa di tutelare i soli interessi degli azionisti, ovvero delle banche”. Per il sindacalista il “sospetto conflitto d’interessi che si è manifestato nelle nomine dei commissari si concretizza con un primo atto grave e pericoloso per il futuro dell’intera categoria”.

Secondo la Cub, l’era dell’Alitalia commissariata inizia con il piede sbagliato. In compenso il bando fissa i primi paletti per i potenziali acquirenti che potranno manifestarsi al massimo entro le 18 del prossimo 5 giugno. Il documento, validato dal ministro Carlo Calenda, indica tre diverse e alternative ipotesi di lavoro su cui articolare un piano per Alitalia: cessione unitaria dell’azienda, ristrutturazione economica e finanziaria con un programma di risanamento e cessione di complessi di beni e contratti dell’impresa. E’ la terza opzione, che i sindacati hanno ribattezzato più semplicemente “spezzatino”, quella che preoccupa di più i 12mila lavoratori dell’Alitalia e che il governo è intenzionato ad evitare per ragioni sostanzialmente di opportunità politica. “La vera operazione che va fatta è non frazionare Alitalia, non venderla a pezzi o asset ma mantenere l’unitarietà aziendale”, ha spiegato mercoledì 17 il ministro Graziano Delrio in audizione al Senato.

L’ipotesi “spezzatino” resta comunque sul tavolo in attesa delle offerte definitive, che arriveranno in autunno. Dopo una manifestazione d’interesse non vincolante, i potenziali acquirenti (aziende individuali, società e cordate di imprenditori) avranno la possibilità di reperire tutte le informazioni necessarie a valutare il progetto. Solo successivamente presenteranno le proposte definitive in cui dovranno anche dimostrare di avere le spalle larghe per affrontare il caso. Non a caso nel bando i commissari hanno esplicitamente escluso le offerte provenienti da aziende che, negli ultimi dodici mesi, si siano trovate in difficoltà finanziarie. Sono stati tagliati fuori dalla procedura anche i soggetti su cui pende il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione o siano stati condannati in via definitiva, nonché le proposte provenienti da fiduciarie. Infine, a corredo della manifestazione di interessi, i potenziali acquirenti dovranno anche presentare tre bilanci, oltre a ogni “ulteriore documentazione ritenuta utile a dare evidenza della attività svolta e/o delle esperienze maturate e/o della capacità finanziaria atta a comprovare il possesso della idoneità e competenza occorrente per elaborare le proposte”.

A questo punto, non resta che chiedersi se tanto basterà per garantire la massima trasparenza nell’operazione Alitalia che, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe già suscitato l’attenzione del fondo sovrano China Investment corporation e delle compagnie aeree asiatiche Air China e China Eastern. Di certo, dopo il no al referendum, il bando è un primo passo per sbrogliare il bollente dossier Alitalia, spina nel fianco sia per il governo che per Intesa e Unicredit, socie della compagnia e al tempo stesso creditrici del vettore. Senza escludere però l’ipotesi di ingresso in campo della Cdp o di una cordata di aziende pubbliche come Ferrovie, Leonardo o Eni come vorrebbe una parte del Pd. Ma non l’ex premier Matteo Renzi che, dopo aver prospettato un suo piano per l’ex compagnia di bandiera, si è tirato indietro per lasciare campo libero al governo.