Il Reddito di inclusione, prima misura universale di contrasto alla povertà introdotta in Italia, è ancora limitato: a ricevere un aiuto compreso tra i 250 e i 500 euro mensili sarà meno di un terzo delle famiglie che ne avrebbero bisogno. Circa 400mila su 1,6 milioni. A ribadire il problema, già evidenziato per esempio dall’Alleanza contro la povertà – comunque favorevole all’intervento – è ora anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente che ha il compito analizzare e verificare le previsioni di finanza pubblica del governo. Nel Rapporto sulla programmazione 2017, l’Upb ricorda infatti che per il Rei il Documento di economia e finanza prevede lo stanziamento di 1,2 miliardi nel 2017 e 1,7 nel 2018. Ma le stime del Gruppo di lavoro sul reddito minimo del ministero del Lavoro quantificano tra 5 e 7 miliardi il costo di una misura in grado di risollevare la totalità delle famiglie in povertà assoluta

Il nuovo Reddito di inclusione previsto dal disegno di legge delega contro la povertà approvato in marzo, sottolinea l’Autorità di controllo dei conti, si innesta in un sistema “ancora caratterizzato da una pluralità di misure condizionate alla prova dei mezzi, che presentano criteri di accesso disomogenei e carattere categoriale. Un assetto che negli anni della crisi, soprattutto per la popolazione che non beneficia di trattamenti pensionistici, si è dimostrato insufficiente a ridurre i rischi di povertà sulle fasce più deboli della popolazione”.

L’Upb esamina poi alcuni dati di Eurostat che dimostrano come dal 2008 al 2015 in Italia gli individui a rischio di povertà siano aumentati di 2,2 punti percentuali passando dal 6,8 al 9 per cento della popolazione totale, un dato inferiore solo a quelli di Spagna e Grecia. Da qui l’intenzione del governo di rafforzare il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) partito nel settembre 2016 con l’introduzione del Rei, che ricalca l’impianto del Sostegno per quanto riguarda i termini di selezione dei beneficiari e le modalità di erogazione, ma con una dotazione di risorse più ampia. Dai 750 milioni di erogazioni attuali si passa infatti a un miliardo circa per gli anni 2017-18, a cui si aggiungono le risorse non utilizzate negli anni precedenti e quelle del Programma Operativo Nazionale inclusione che continuano a finanziare i percorsi di accompagnamento, di attivazione e di reinserimento lavorativo.

“Dato l’ampliamento delle soglie di accesso rispetto al Sia, si prevede una estensione della platea di beneficiari (rispetto ai circa 250.000 nuclei per il Sia) che tuttavia – appunto – dovrebbe risultare ancora limitata rispetto al numero dei nuclei in condizione di povertà assoluta (pari nel 2015, in base alle stime dell’Istat, a quasi 1,6 milioni). L’estensione del piano al complesso delle famiglie in condizione di povertà assoluta sarà condizionata allo stanziamento di ulteriori risorse e alla eventuale prospettiva di una più estesa integrazione in un unico strumento delle diverse misure attualmente vigenti”, conclude il rapporto.