Quattro zone cuscinetto e il cessate il fuoco dal 6 maggio. Sono questi i termini principali di un memorandum d’intesa siglato giovedì 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, fra i tre paesi garanti della tregua in Siria: Iran, Russia e Turchia. Le aree interessate, dove verranno costituite queste “zone sicure”, comprenderanno l’intera provincia di Idlib, alcune parti delle province di Latakia, Aleppo, Hama e Homs, la zona di Ghouta a est di Damasco e parti delle province di Dara’a e Quneitra, vicino al confine con la Giordania. Nel memorandum, che ha una durata di sei mesi e potrà essere prolungato di altri sei, qualora ci sarà l’assenso unanime dei Tre paesi garanti, si spiega che verranno creati dei “check-point e punti di osservazione” accanto ai confini delle “zone a bassa tensione” o “zone di de-escalation”. I check-point garantiranno il movimento dei civili disarmati, l’accesso degli aiuti umanitari e faciliteranno le attività economiche.

L’inviato speciale dell’Onu in Siria, Staffan de Mistura, ha definito il memorandum di Astana come “importante, promettente e positivo”. “Si tratta – ha aggiunto secondo Russia Today, canale televisivo legato al Cremlino – di un passo avanti nella giusta direzione, la de-escalation del conflitto”. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, ma con qualche riserva, anche gli Usa. Il dipartimento di Stato ha dichiarato di sperare “che questo accordo possa contribuire alla fine delle sofferenze del popolo siriano e a gettare le basi per una soluzione politica del conflitto”, ma restano le preoccupazioni riguardo al “coinvolgimento dell’Iran come cosiddetto ‘garante’”.

Proprio il ruolo politico di Teheran in Siria è diventato di primo piano quando il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov (oggi in visita a Helsinki), nel corso di un vertice a Mosca, il 20 dicembre del 2016, dichiarò che “la Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana”. Da quel momento, anche se su fronti contrapposti, di fatto i tre Paesi hanno intensificato il coordinamento delle loro attività, dando vita a vere e proprie aree di influenza che, con l’accordo raggiunto ieri, si materializzeranno in entità politiche.

La Turchia, tramite l’operazione denominata “Scudo dell’Eufrate”, cominciata il 24 agosto 2016 e conclusasi il 30 marzo 2017, appoggiata di gruppi di miliziani siriani locali, ha inviato alcuni reparti dell’esercito nel nord della Siria che hanno preso il controllo di una vasta area fra le città di al Bab, Jarablus e Azaz. La Russia esercita una certa influenza nella zona di Latakia, Homs e Hama dove ha diverse basi militari. Le forze iraniane sono invece molto presenti a Damasco e nei dintorni di Aleppo. Gli Usa, tramite la Giordania, hanno forti legami con i gruppi dell’insurrezione siriana della regione di Dara’a nel sud del paese. Mentre supportano, militarmente, i curdi dell’Ypg – braccio siriano del Pkk di Ocalan – e hanno inviato blindati e consiglieri militari in sostegno dell’avanzata di questi verso Raqqa, capitale siriana dell’Isis.

Di questo accordo gli Stati Uniti, secondo il quotidiano panarabo al Hayat, erano informati. “La delegazione russa a Astana, presieduta dall’inviato per il medioriente del Cremlino, Alexander Lavrentyev, ha incontrato l’assistente del segretario di Stato Usa per il vicino oriente, Stuart Jones, in un meeting che ha ristabilito le comunicazioni fra le due parti dopo una conversazione telefonica fra Vladimir Putin e Donald Trump, nella notte fa martedì e mercoledì, in cui i due si sono accordati su tutti i vari livelli dell’intesa”. Altri incontri si sarebbero svolti, prosegue il quotidiano con sede a Londra, fra “la delegazione americana e quella giordana, guidata da Nawaf Wasfi, che partecipa come osservatore per conto di Amman” che ha stabilito una zona di influenza nel sud della Siria, nella regione di Dara’a.

Nonostante il formale assenso di tutti, l’implementazione dell’accordo rimane legato agli interessi a breve termine degli Stati che forniscono supporto ai vari gruppi nella guerra siriana. Infatti, se da una parte Ankara e Washington si sono dette soddisfatte, fra i due stati sono emerse nelle ultime ore tensioni nel nord della Siria, nella zona controllata dai curdi dell’Ypg, braccio armato siriano del Pkk, partito curdo di Ocalan. Il quotidiano arabo al Araby el Jadid riporta che un consigliere del presidente turco Erdogan, Ilnur Cevik, intervistato da una radio turca ha detto che “se il guerriglieri del Pkk – intendendo quelli dell’Ypg – continuano a portare avanti le loro azioni in Turchia, che come sapete si infiltrano dalla Siria, diversi veicoli Usa – alcuni blindati sono entrati in Siria per sostenere l’avanzata dell’Ypg verso la città di Raqqa, capitale dell’Isis in Siria – potrebbero essere colpiti accidentalmente”.

Un ‘no’ netto è invece arrivato dalla delegazione delle opposizioni siriane che ha definito l’accordo “inaccettabile”, riporta l’agenzia russa Interfax, perchè il cessate-il-fuoco non comprende “tutto il territorio della Siria”. I ribelli inoltre rigettano ogni coinvolgimento dell’Iran e “delle milizie ad esso legate” nonché il suo ruolo di “garante della tregua”. Osama Abu Zaid, membro della delegazione dell’opposizione, dopo la sessione plenaria ad Astana, ha dichiarato inoltre che “il territorio della Siria non può essere diviso”.

Ma la decisione delle opposizioni di rifiutare il memorandum firmato da Mosca, Teheran e Ankara, secondo il quotidiano panarabo al Hayat, sarebbe maturata dopo la recente escalation “armata portata avanti dalle forze di Damasco e dall’Iran” e non dai termini dell’accordo sulla creazioni di aree d’influenza. Il quotidiano arabo è infatti venuto in possesso di un documento, circolato fra le delegazioni degli stati presenti ad Astana, formulato dal gruppo dell’opposizione siriana che accetta la creazione di “aree sicure come misura temporanea per ridurre la sofferenza dei rifugiati e che porti a una transizione politica”. Il documento, riporta il giornale arabo, si snoda in dieci punti, fra questi “la cessazione degli attacchi da parte del governo di Damasco verso le aree dell’opposizione; il rilascio di tutti i prigionieri, donne, bambini, anziani e malati; il ritiro di tutte le forze iraniane e di altre nazionalità dal paese; la fuori uscita di Assad e l’apertura di una fase transitoria”.