“Un’astensione così alta? Fotografa esattamente lo stato di pessima salute del Partito Democratico”. È uno che di dinamiche interne ai partiti e di congressi se ne intende, Emanuele Macaluso. Nella segreteria politica del Pci è entrato all’inizio degli anni Sessanta, quando ancora c’era Palmiro Togliatti. Ed è rimasto tra i vertici di Botteghe Oscure per quasi 3 decenni, fino alla svolta della Bolognina e agli inizi della Seconda Repubblica. Inevitabile, per lui, confrontare ciò che avviene nel Pd – “un partito nato già al capolinea, nel quale non sono mai voluto entrare” – con quello che succedeva nel Partito Comunista. “Quando il 41 per cento degli iscritti non va a votare in occasione del Congresso, è evidente che c’è un problema”. E per Macaluso, 93 anni e una lunga amicizia con Giorgio Napolitano, il problema ha un nome e un cognome. “Matteo Renzi ha imposto a un partito già in difficoltà i suoi metodi fallimentari: per 3 anni ha deciso tutto lui, senza mai far riferimento alla base. E questi sono i risultati”.

I risultati, appunto, parlano di 266.726 votanti ai congressi dei circoli del Pd, su un totale di 449.852 iscritti. Secondo il Nazareno, dunque, l’affluenza si è fermata a quota 59,29%. Ne è sorpreso?
No. È da tempo che nel Pd non c’è militanza né partecipazione vera. Non è che puoi chiamare la gente a votare quando non la hai mai chiamata per discutere e confrontarsi. I circoli non hanno alcuna vita politica reale, non si può pretendere che si rianimino d’incanto in occasione delle primarie.

Lei descrive uno stravolgimento del partito. Ma si tratta davvero di fenomeni inediti?
Quello che è cambiato in questi ultimi anni è la trasformazione del partito in un comitato permanente a sostegno del leader. Il Pd non è neanche più un partito: è un aggregato politico-elettorale. E i dati sull’astensione stanno lì a dimostrarlo.

E lo squilibrio tra tessere e voti? Perché la gente s’iscrive e poi non partecipa alla fase cruciale del Congresso?
Ci s’iscrive spesso in nome di una affezione storica, per rispetto di una certa tradizione. Ma poi non ci si sente investiti di alcuna effettiva responsabilità di partecipazione e dunque anche l’atto del voto perde valore. Tra l’altro, la percentuale di astensione non dice tutto: quella cifra è per certi versi fin troppo indulgente…

In che senso?
Molti miei amici rimasti nel Pd mi parlano di situazioni ancor più tristi. In alcuni circoli si presentavano non più di una ventina di persone a discutere le varie mozioni e poi al momento del voto si registravano 200 preferenze.

Insomma i votanti sono pochi rispetto agli iscritti, ma i partecipanti effettivi sono ancor meno. È così?
Esatto. Le persone che partecipano davvero sono una estrema minoranza. La disaffezione e lo scollamento sono ancora più massicce rispetto a ciò che quel 41 per cento, di per sé già alto, lasci supporre.

C’è però chi, alla base di questo squilibrio tra iscritti e votanti, vede le solite logiche di tesserificio.
Solite? Nel partito di cui ho fatto parte, quelle logiche non esistevano affatto. Lì militanza e partecipazione contavano davvero.

Eppure i tesseramenti gonfiati, i padroni delle tessere che iscrivevano d’ufficio centinaia di persone a loro insaputa per acquistare più speso specifico sul territorio, sono fenomeni tipici della Prima Repubblica. E non solo.
Non di tutta la Prima Repubblica. Certe dinamiche appartenevano senz’altro alla Democrazia Cristiana, e nella sua fase finale anche al Partito Socialista. Ma una cosa è certa: dati del genere sull’astensione e sulla mancata partecipazione, sono tipici di momenti di crisi dei partiti. I dirigenti del Pd, attuali e futuri, dovrebbero tenerlo a mente.