Se Jeroen Dijsselbloem avesse solo potuto immaginare il putiferio per i commenti al Frankfurter Allgemeinen Zeitung, potete giurarci, quelle parole le avrebbe pronunciate ugualmente. Gli olandesi sono fatti così, dicono sempre quello che pensano con noncuranza delle conseguenze. In questa storia è proprio la schiettezza a rappresentare un problema: maliziosa o meno – e chi conosce la mentalità olandese sa bene quanto probabile sia che non ci fossero doppi significati nelle parole di Dijsselbloem – l’uscita del presidente dell’Eurogruppo rappresenta  il pensiero di un’ampia fetta della popolazione olandese.

E qui sorge il problema: mentre a Roma si celebra con solennità il più grande “progetto di pace della storia”, ciascuno Stato membro vive oggi la sua Europa, come se l’Europa del vicino fosse altra cosa. Una situazione, quasi, da separati in casa: si condividono infrastrutture comuni, ma ognuno, poi, ha la sua agenda. Cosi l’Europa olandese non è quella greca che a sua volta non è quella italiana. Sarà per la nostra natura di Stato frammentato, regionale e crocevia di culture e tradizioni di ogni tipo (ricordatelo ogni tanto a Salvini) ma l’Italia, nonostante tutto, è ben inserita nella dimensione europea. L’Olanda, al contrario, vive tutta un’altra Europa: per un micro-Stato di appena 17 milioni di abitanti,  l’Ue è una necessità non una scelta; il grande mercato europeo, la pesca miracolosa negli atenei del sud (disastrati ma pur sempre laboratori che sfornano qualità) a caccia di lavoratori qualificati, i fondi strutturali, il gambling fiscale con le multinazionali, gli investimenti in Stati in fallimento (vedi la Grecia) questi sono esempi della dimensione europea che vive l’olandese medio: un’opportunità economica molto vantaggiosa, non un progetto politico.

Proprio su questo grande equivoco si gioca il nocciolo dell’uscita di Dijsselbloem: se da un lato le istituzioni sono (dovrebbero essere) sovranazionali, dall’altro questo processo di integrazione a metà ha finito per favorire solo gli interessi di alcuni Stati, mascherati dietro la retorica europeista del “tutti uniti, tutti insieme”. In Olanda la maggioranza dei partiti è europeista a targhe alterne: sì al libero mercato, euroscetticismo militante a proposito di diritti degli altri europei o degli altri Stati. D’altronde l’Olanda fu, insieme alla Francia, responsabile dell’affossamento della Costituzione europea: per i Paesi Bassi, fondatori e ispiratori dei primi trattati istitutivi delle Comunità europee, l’Unione è soprattutto un matrimonio di convenienza. L’europeismo opportunista non è vietato, ma è ben poco lungimirante. Questo equivoco, alla lunga, ha gettato le basi per il futuro più probabile, e rischioso: l’Ue a due velocità.

Per il nord di Dijsselbloem sarebbe manna dal cielo: il suo partito laburista, che promuove sì il socialismo, ma nazionale, vorrebbe ad esempio le quote per i lavoratori comunitari. Anche la sinistra radicale dell’Sp chiede un limite all’immigrazione Ue. Ovviamente, quando intervistato sui favori fiscali che il suo paese fa alle multinazionali, il presidente dell’Eurogruppo guarda altrove fischiettando: l’Olanda cambierà politica solo quando verrà raggiunto un accordo continentale sulla questione fiduciarie, dice. Cioè mai. Intanto le multinazionali di mezzo mondo fanno entrare le loro sedi in una delle migliaia di caselle postali di Amsterdam e continuano indisturbate a operare in giro per il Continente, deviando milioni di euro in tasse di cui, Paesi in grosse difficoltà, avrebbero disperato bisogno. E vogliamo parlare della responsabilità sui richiedenti asilo, scaricata in toto sui Paesi del sud? Dijsselbloem potrebbe spiegarci dov’è l’etica in tutto questo (quella calvinista, soprattutto).

La prosperità del nord Europa, e dell’Olanda nello specifico, è in larga misura dovute all’Ue e al fatto che le regole comuni dei 28 sono modellate sui sistemi socio-economici degli Stati del nord. Possiamo accanirci sull’Italia, sulla Grecia e sulle altre economie non razionali del sud, ma non dobbiamo dimenticare quanto l’attuale squilibrio continentale sia fonte di grandi opportunità, alle quali il nord non intende rinunciare.

Nei Paesi Bassi, un debitore cronico viene inviato presso uno “schuldhulpverlening” ovvero un centro di “riabilitazione per debitori”; applicate questo schema a uno stato sovrano e avrete il disastro greco. Cosi mentre l’economia del nord viaggia a gonfie vele, quella del sud sprofonda nelle sabbie mobili e non solo per le gravi responsabilità di classi dirigenti corrotte. D’altronde lo stesso concetto di corruzione e evasione, cambia significato in base alla latitudine: nei Paesi Bassi, ad esempio, dove l’evasione individuale è a percentuali irrisorie, Starbucks ha potuto godere di un accordo fiscale tra il governo e il management della multinazionale americana. Un “double dutch”. Di questo accordo non sappiamo nulla se non che l’Ue lo ha dichiarato irregolare. Sarà calvinismo anche questo?