Un “aumento allarmante” di casi di autolesionismo, tentativi di suicidio, depressione e abuso di alcool e droghe tra i minori, in molti casi bambini di appena nove anni, che vivono nei centri d’accoglienza nelle isole greche. A un anno esatto dall’ufficialità dell’accordo sui migranti tra Unione Europea e governo turco, Save the Children denuncia l’altra faccia dell’intesa da sei miliardi di euro con il governo di Ankara nel suo ultimo report Tra autolesionismo e depressione – L’impatto devastante dell’accordo UE-Turchia sui bambini migranti e rifugiati. Se la rotta balcanica dell’immigrazione è stata praticamente bloccata, spostando il flusso sulla rotta libica, ciò che preoccupa gli operatori della ong è la crisi umanitaria all’interno dei campi profughi e soprattutto le pressioni psicologiche a cui sono sottoposte 13.200 persone, di cui oltre 5mila sono bambini.

“A seguito dell’accordo Ue-Turchia del marzo 2016 – si legge nel report -, le strutture sono diventate di fatto dei veri centri di detenzione. Si è assistito a un degrado progressivo delle condizioni dei centri nelle isole greche” di Chios, Lesvos, Lero, Kos e Samos. Degrado che spesso si traduce in una mancanza di servizi primari, come acqua calda con la quale lavarsi, tende che non siano sovraffollate, letti asciutti sui quali dormire. A queste condizioni già difficili, continuano gli operatori, si aggiungono la totale mancanza di sicurezza all’interno dei campi, con rivolte sempre più frequenti, incendi e l’atteggiamento sempre più duro delle forze di polizia. “Prima ci hanno portati al campo di Moria, dove c’erano sempre scontri con pietre e bastoni che terrorizzavano i bambini. Poi siamo stati trasferiti a Leros, ma anche qui la situazione è brutta. Ci sono stati casi di abuso di bambini alcune settimane fa, ho paura per i miei figli”, ha raccontato Beyar, fuggito dall’Iraq con la moglie e i quattro figli.

La mancanza di sicurezza nei centri fa sì che le famiglie preferiscano impedire ai figli di uscire dalle tende o dai prefabbricati che sono stati loro assegnati. Oltre al sovraffollamento dei campi, costruiti per accogliere meno di 9mila persone ma che, di fatto, ne ospitano più di 13mila, i 5mila bambini presenti, di cui oltre 2mila non accompagnati, devono quindi fare i conti con una reclusione forzata all’interno delle abitazioni provvisorie. “Molti di questi bambini sono fuggiti da guerra o conflitti per finire in campi che chiamano ‘inferno’, dove si sentono più animali che uomini – spiegano gli esperti – Se le condizioni non miglioreranno, ci potremmo ritrovare con una generazione di bambini insensibili a una violenza che considerano normale”. Ma queste tende, queste strutture prefabbricate, per molti di loro non sono più provvisorie. Ci sono persone bloccate all’interno dei campi da 7 mesi o anche un anno. Una situazione che ha provocato il cedimento psicologico di molti bambini. Gli operatori hanno riscontrato casi di autolesionismo, che stanno conoscendo una sempre più frequente emulazione tra coetanei, in bambini di appena nove anni e tentativi di suicidio a partire dai 12 anni. “Un paio di settimane fa – testimonia uno degli operatori – un bambino afghano di dodici anni è venuto da me e mi ha mostrato le cicatrici sul collo e sulle mani. Mi ha detto che stava provando a suicidarsi, che voleva lasciare l’hotspot, che la sua famiglia non era felice e che lui voleva morire. La sua famiglia non poteva andarsene a causa dei ritardi nella valutazione della richiesta d’asilo. Così, ogni volta che mi vedeva, il bambino mi mostrava le sue nuove cicatrici”.

Per non parlare, poi, dei casi di depressione e aggressività o dell’abuso di droghe e alcool anche fra i giovanissimi. Tutti modi, spiegano gli psicologi, per cercare di fuggire da una realtà fatta di reclusione e sofferenza. “L’autolesionismo è ormai comune – continuano gli operatori -, è quasi un hobby per i bambini che vivono negli hotspot. Una madre ci ha raccontato di essersi accorta delle cicatrici sulle mani del figlio mentre lo lavava. Era chiaro che si stesse tagliando. Lui le ha detto che lo facevano tutti, quindi perché non provare. Il bambino ha nove anni”.
Alla base di questo preoccupante fenomeno, spiegano dalla ong, ci sono la lentezza dei processi di valutazione delle domande d’asilo e il fallimento della politica di ricollocamento degli immigrati tra i Paesi membri dell’Unione Europea. A febbraio 2017, le Nazioni Unite quantificavano in 62.400 i migranti ancora sparsi sul territorio greco, di cui 23mila bambini. I rimpatri degli irregolari in Turchia, si legge, sono stati solo 784, mentre i tempi di attesa per le domande di asilo hanno costretto molti dei rifugiati a rimanere quasi un anno all’interno dei centri d’accoglienza. La soluzione, dicono da Save the Children, sta nell’avviare un processo di decongestionamento di questi centri, velocizzando le pratiche e imponendo ai Paesi membri di accogliere i rifugiati rispettando gli accordi di redistribuzione interni alla Ue. Se così non fosse, continuerà a crescere tra gli immigrati quel senso di insofferenza e impazienza che porta molti di loro, anche minori senza accompagnamento, ad affidarsi nuovamente ai trafficanti di uomini per fuggire dall’“inferno” dei campi profughi.

Twitter: @GianniRosini