Il Comune di Ostuni (Br) e quello di Ercolano (Na) hanno ottenuto un finanziamento pubblico per 15 posti per l’accoglienza di profughi e richiedenti asilo, il primo di 279.195 e il secondo di soli 146.170 euro. Stessa durata di permanenza, stessi servizi. La differenza – 91 per cento – “appare chiaramente sproporzionata”. Ancor più quella accertata tra i 304.037 euro richiesti dal Comune di Licata (Ag), con i 460.337 del Comune di Chiaromonte Gulfi (Ra): +51 per cento. Ebbene sì, nell’emergenza immigrazione chi scappa è anche un numero e un costo e chi li ha messi in fila ha scoperto una cosa singolare: grazie a meccanismi di finanziamento degli interventi di protezione in l’Italia vige una sorta di “federalismo dell’accoglienza” anche per chi fugge da guerre, persecuzioni e torture. E al pari delle siringhe in sanità i “costi standard” sono un miraggio: regione che vai e costi che trovi.

Lo evidenzia, con tanto di tabelle, la relazione della Corte dei Conti appena pubblicata (20 gennaio 2017) sulla gestione del sistema di protezione e accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). E’ la rete di servizi che sta a valle della prima accoglienza con la missione di trasformare i rifugiati in cittadini grazie a progetti e strutture che vengono portati avanti dagli enti locali con forme di integrazione (lingua) e di avviamento al lavoro. Una risposta destinata a diventare “il modello” di riferimento nazionale per l’accoglienza umanitaria, tant’è che negli ultimi 10 anni i posti a disposizione sono passati da 1.365 a oltre 27mila, nel giro di due anni da 382 a 574 i comuni coinvolti, da 434 a 674 i progetti finanziati. Anche la dotazione del Fondo nazionale erogato dal Viminale (Fnpsa) è lievitata, restando però largamente insufficiente (da 206 milioni nel 2014 a 213 nel 2015).

Somme comunque ingenti e quelle 180 pagine non risparmiano critiche a come vengono spesi e a tutti i soggetti coinvolti, a partire dal Viminale. Rilievi di cui fare tesoro, proprio in vista di un investimento maggiore sugli Sprar come risposta alla crescente richiesta di protezione. Se ne trova traccia in più parti e sotto diversi profili. L’istruttoria, ad esempio, analizza i progetti del biennio 2014-2015 di 73 enti locali che hanno offerto ciascuno 25 posti di accoglienza “ordinari” e 147 enti locali che ne hanno offerti 15. Dalla verifica a campione emerge che a parità di servizi e posti i costi procapite (e dunque gli impegni finanziari) sono fortemente “disomegenei” a seconda della localizzazione degli enti. Si scopre così che il Comune di Ostuni (Br), a parità di condizioni, cioé 15 posti, spende il 91% in più rispetto a quello di Ercolano (Na). E che per 25 posti quello di Licata (Ag) spende il 51% in più rispetto a quello di Chiaromonte Gulfi (Ra)
. Insomma, federalismo dell’accoglienza. Che non ha a che fare con gli immigrati, ma con gli italiani.

Analizzando a campione i contratti tra comuni e gestori emerge che per alcuni non è stato dato luogo a procedura pubblica del bando, anche quando gli importi erano superiori alla soglia comunitaria. Sacrificando così il principio di economicità, trasparenza e concorrenza. Ed è un punto essenziale, perché rispetto al mondo dell’emergenza che si muove “in deroga”, quello dell’accoglienza dei rifugiati si differenzia per un coinvolgimento diretto e non “subìto” dai territori, e dunque (teoricamente) più trasparente e vigilato. Ma non è sempre così, e la prova sta nella mancanza di controlli e nei casi di palese illegalità emersi.

Vengono citati quelli dell’estate 2015 dei comuni di Castelvetrano, Triscina e Partanna della provincia di Trapani, dove – a seguito di specifiche indagini di polizia giudiziaria – è stato riscontrato che le relative strutture non avrebbero avuto i requisiti strutturali e di igiene necessari. Nel 2016, a seguito di gravi irregolarità nella gestione dei progetti, il Ministero ha poi proceduto alla chiusura di tre centri nei Comuni di Nerviano (MI), Serradifalco (CL) e Cassaro (SR). Sempre nel 2016 sono state applicate penalità nei confronti di dodici progetti (su 574).

Ma chi controlla? Per la maggior parte, a tutt’oggi, le verifiche vengono eseguite dagli enti stessi e dalla fondazione dell’Anci (Cittalia) che li supporta e dunque non da un soggetto terzo. Inoltre tali controlli “si sostanziano nella compilazione di questionari appositamente predisposti”. Mentre “non è competenza affidata al Servizio centrale di protezione che eroga i fondi verificare, in dettaglio, le procedure con cui l’ente locale affida i servizi a terzi, compresa l’effettiva acquisizione della certificazione antimafia e la tracciabilità dei flussi finanziari finalizzata a prevenire le infiltrazioni criminali”. Insomma, il Ministero degli Interni non esercita i suoi doveri di vigilanza e questo aumenta il rischio “devianze ed abusi nella gestione dei servizi rivolti ai rifugiati, peraltro non percepibili da parte del ministero”.