Le parolacce in Parlamento “non sono la causa ma l’effetto di una tendenza generale del Paese. E sulla stampa sono più presenti che nel parlato comune, i giornalisti si compiacciono nell’usarle”. In un’intervista a LaPresse dello scorso 3 febbraio Tullio De Maurolinguista ed ex ministro dell’Istruzione scomparso a 84 anni, rifletteva così sulle pessime abitudini dei politici in fatto di parolacce. “Il sospetto – aggiungeva – è che questi fenomeni eccessivi servano a coprire una scarsa capacità di usare le risorse più appropriate della lingua. Come l’abuso di anglismi che nasce per moda, ma anche perché non si usano le risorse della lingua per dire le cose più comuni”. Il professore però invitava tutti a non preoccuparsi troppo, perché “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.

Lo spunto della sua intervista era l’insulto rivolto dal senatore Maurizio Gasparri a un giornalista, definito “handicappato” dal politico durante il Family day. “Abbiamo fatto un lavoro di accertamento del vocabolario di alta frequenza in uso in italiano, confrontabile con quello che era stato fatto nel 1970 e ripreso nel 1980 – raccontava De Mauro – Ebbene, a trenta e più anni di distanza una delle novità più clamorose è che emergono nel vocabolario di alta frequenza, usato in testi di ogni tipo, un bel gruppo di male parole“. Insomma, secondo il professore, il linguaggio della politica era lo specchio di un Paese nel quale sul fronte insulti spesso non si sa tenere la lingua a posto. “Negli anni Settanta e Ottanta le parolacce esistevano naturalmente – sosteneva De Mauro – ma non comparivano con grande frequenza ed erano piuttosto marginali: non apparivano negli scritti né sui giornali, ma prevalentemente nell’avanspettacolo“.

“Invece adesso dilagano – spiegava il linguista – soltanto i testi accademici sono, almeno per ora, privi di male parole. Ma giornali, letteratura, romanzi, teatro, cinema, televisione, perfino aule giudiziarie, vedono frequentemente occorrere il gruppetto delle male parole più clamorose”. E per dirla tutta “sulla stampa sono più presenti che nel parlato comune. I giornalisti si compiacciono nell’usarle”, chiosava De Mauro. Che però poi sottolineava come il fenomeno del turpiloquio in Parlamento non è affatto recente: “L’abuso di male parole da parte dei politici risale almeno agli anni Novanta – diceva l’ex ministro – Negli anni ’90 abbiamo fatto una raccolta di espressioni dei politici e posso assicurarle che abbondavano già allora”. Per ricordare tempi migliori da questo punto di vista “bisognerebbe andare molto indietro e risalire forse a metà Novecento – specificava il linguista – alla Costituente, ma all’epoca in generale tutte le abitudini della politica erano più controllate. Anche perché c’era un livello culturale medio superiore”.

Il sospetto avanzato da De Mauro “è che questi fenomeni eccessivi servano a coprire una scarsa capacità di usare le risorse più appropriate della lingua“. “Come l’abuso di anglismi – spiegava – che nasce per moda, ma anche perché non si usano le risorse della lingua per dire le cose più comuni”. Il professore però diceva di non preoccuparsi troppo, perché secondo lui, tutto sommato, parolacce e gestacci anche in politica restano sempre circoscritti “ad usi molto marginali”. “Certo ci ricordiamo tutti di Berlusconi che diceva ‘quelli che non sono d’accordo con me sono dei coglioni‘, però poi ha detto un altro milione di cose senza dire parolacce e tutti noi diciamo milioni di cose senza dirne – sosteneva l’ex ministro – Questi fenomeni sono sgradevoli ma sono fenomeni di punta, abbastanza marginali: sono spume che ci colpiscono ma poi le onde del mare sono un’altra cosa”. “Siamo colpiti da un fatto e pensiamo che questo fatto stia sconvolgendo la lingua di Dante – concludeva De Mauro – ma la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.