La post-verità che ruba il proscenio alla verità è la scemenza con cui si chiude degnamente il 2016 e si inaugura malauguratamente il 2017. Roba da far impallidire perfino gli inalatori di scie chimiche, gli scrutatori di complotti trilaterali e quelli de “l’allunaggio? Beato chi ci crede!!!”.

Eppure sono decine di migliaia di anni che miliardi di esistenze umane si sono date il cambio trasmettendosi interi sistemi di convinzioni che non si sono mai sognate di doversi verificare con il fact checking: Babbo Natale che porta i regali a chi è buono (e l’Uomo Nero che castiga chi fa il cattivo), il barbuto eterno che ci soppesa dall’alto dei cieli, il mondo “creato”, la materia palese e quella oscura, l’evidenza geocentrica e lo spiazzamento eliocentrico, con la definitiva affermazione, diremmo oggi, del post-centro. Per non dire del profitto che remunera la virtù di chi lo intasca e dei capelli di Gianni Morandi eternamente scuri. Insomma, siamo abbastanza persuasi, anche se non ci giureremmo, che la Verità sia tanto un irrinunciabile desiderio (perché in qualcosa bisogna generosamente credere per riuscire a egocentricamente credere in noi stessi) quanto un insuperabile prodotto della fantasia. E il completarla col suffisso post non cambia di una virgola la questione.

Altro discorso è che usando la potenza diffusiva e la velocità dei social la nostra propensione a venerare le bufale diventi uno strumento di battaglia politica e di invasione dell’immaginario perseguibile in modo occulto e sistematico come una invasione di carri armati verso un territorio indifeso. Qui è giusto organizzare difese, ma facendo attenzione a non coprirsi di ridicolo. L’idea che ci possano essere autorità, magari sovranazionali, che setaccino le balle per toglierle di circolazione è roba da far ridere le bufale. Cosa distingue, tanto per dire, una balla da una fede, l’ultima bischerata rispetto a una consolidata superstizione in questo o quel taumaturgo?

E dunque, Norme e Commissioni (e aspettiamo, malinconia per malinconia, che qualcuno tiri fuori l’idea di un qualche codice deontologico) non possono sensatamente contenere in nome della Verità la inattendibilità strutturale dei social. Piuttosto ai social di bit converrebbe contrapporre quelli in carne e ossa, come circoli, associazioni, partiti, che facciano da contrappeso naturale alle autoreferenze del circuito mediatico, sia quello social sia quello tradizionale. In fondo di scemenze sulla stampa se ne sono scritte da sempre a bizzeffe, ma presto lo scetticismo dei lettori ha introdotto la tara al contenuto di titoli e articoli; analogamente un tempo si diceva “l’ha detto la tv” e tanto bastava ad avvalorare l’assunto, mentre oggi la stessa frase avrebbe un taglio ironico. Anche per i social arriverà, se non è già arrivato, la rovina dal pulpito che gli abbiamo aggeggiato a colpi di sacri blog e gattini.

Nel frattempo “quelli che non gli basta il social” potrebbero, senza stare a dannarsi fra le “verità” più o meno post, badare a consolidare la propria dimensione di socialità, ovvero di credibilità, anche se al servizio di verità pur sempre fragili e provvisorie. Certo però che, per riuscirci, ci si dovrebbe credere. Qui sta forse il difficile.