Rischia l’azione disciplinare il presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Maria Caruso, che su Facebook aveva definito la riforma costituzionale fondata su “corruzione” e “clientelismo“, in un post poi pubblicato dalla Gazzetta di Reggio che aveva provocato polemiche, in particolare l’ex segretario del Partito popolare italiano e oggi nel Pd, Pierluigi Castagnetti. Il giudice, che fra l’altro presiede il maxi processo Aemilia contro la ‘ndrangheta in corso a Reggio Emilia, ha paragonato chi vota sì al referendum del 4 dicembre a chi scelse la Repubblica di Salò: “Nulla sarà come prima e voi sarete stati inesorabilmente dalla parte sbagliata, come coloro che nel ’43 scelsero male, pur in buona fede”. Caruso, avvicinato dai cronisti a Reggio a margine del processo Aemilia, non ha voluto commentare le notizie provenienti dal Csm. Poi nel pomeriggio di giovedì 1 dicembre Caruso ha voluto chiarire proprio questo passaggio: “Mi attribuiscono cose che non ho detto. Non ho detto che chi vota Sì è un repubblichino, ma che commette un errore storico grave come quello dei sostenitori della Repubblica di Salò. È una cosa completamente diversa”, ha detto in un’intervista riportata sul sito dell’agenzia Dire. Poi in una nota in serata il giudice ha detto: “Il significato delle parole è diverso: si invita a non stare oggi dalla parte sbagliata come dalla parte sbagliata furono in molti nel ’43: un modo per sottolineare la gravità dell’errore e non certo l’attribuzione di qualificazioni che non avrebbero senso”. Nel frattempo la sua pagina Facebook si va comunque riempiendo di commenti di persone che esaltano o criticano le parole usate da Caruso sulla riforma.

Il Comitato di presidenza del Csm – a quanto si è appreso – ha investito del caso il pg della Cassazione. Il vertice dell’organo di autogoverno dei magistrati ha anche inviato l’articolo alla Prima commissione perché valuti se ci sono gli estremi per un eventuale trasferimento d’ufficio per incompatibilità funzionale.

Dopo la bufera causata da quella pubblicazione, nella serata di mercoledì 30 novembre era stato lo stesso giudice Caruso, con una nota, a spiegare che l’articolo a propria firma apparso sull’edizione della Gazzetta del 29 novembre 2016, “non era destinato alla pubblicazione sul giornale, pubblicazione non richiesta né autorizzata, trattandosi di un testo ‘privato’, scritto sulla propria pagina Facebook, destinato a un numero limitato di lettori”. Caruso – insediatosi a Bologna da poche settimane dopo diversi anni passati a Ferrara (dove fu il giudice al processo di primo grado per la morte di Federico Aldrovandi) e a Reggio Emilia – “pur confermando integralmente i contenuti del messaggio”, aveva precisato “che le stesse idee e gli stessi concetti sarebbero stati presentati in forme diverse, se sin dall’inizio destinati al più ampio pubblico”. “La pubblicazione – aveva scritto il magistrato nella nota – ha l’evidente scopo di sollevare una polemica giornalistica alla quale il ruolo istituzionale impone di rimanere estraneo”

Poco dopo era arrivata anche una controreplica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani: “Il dottor Caruso ha una percentuale di ragione: nel pubblicare il suo pensiero sul referendum non abbiamo segnalato la sua originaria pubblicazione sul profilo Facebook”. Poi il direttore aveva proseguito: “L’altra percentuale di ragione ce l’ha invece il social network utilizzato dal dottor Caruso che nel suo ‘profilo privato’ conta 230 amici. Amici che fanno taglia e incolla, fotografano e rilanciano, condividono, propagano. Per loro dunque non esiste il segreto amicale. Un’altra percentuale di ragione ce l’ha la Gazzetta che non ha ‘l’evidente scopo di sollevare una polemica giornalistica’. Non c’è già la polemica sul referendum, nella quale il dottor Caruso ha voluto entrare?”.