Al suicidio del figlio, capitano in missione in Afghanistan, non ha mai creduto. Da sei anni continua ad manifestare dubbi, a scrivere lettere, sperando che venga a galla una verità diversa. Adesso che sta arrivando a conclusione l’inchiesta a carico di sei ufficiali in servizio a Kabul per forniture di mezzi blindati non in regola, Marino Callegaro, il padre del capitano Marco, torna a sperare. Anche se ha ormai varcato la soglia dei settant’anni ed è stanco, disilluso. Abita a Gavello, in provincia di Rovigo, con la moglie. Èun operaio in pensione.

Perché non ha creduto che suo figlio si fosse suicidato?
Mio figlio, probabilmente, era venuto a conoscenza di qualcosa che non andava. E lui era una persona che se notava qualcosa che non era corretta non era in grado di lasciarla perdere. Era il suo carattere.

Marco le aveva detto qualcosa?
Telefonava spesso. Lui era capo cellula amministrativa del comando Italfor Kabul. Un giorno di maggio mi ha chiamato, era arrabbiato perché doveva pagare i mandati che gli presentavano. E mi ha detto: “Spendono 200 e se ne fanno dare 2.000”.

A cosa alludeva?
Alle spese che venivano liquidate.

Qualcuno faceva la cresta, una piccola “militaropoli”?
Lui si lamentava di questo, era molto rigoroso, attaccato alla divisa, al senso del dovere, all’Italia. E quelle cose non gli andavano giù. Voleva risparmiare i soldi impiegati nella missione, non dilapidarli.

A luglio 2011 tornò in licenza, morì nella notte tra il 24 e il 25 luglio. Le disse nulla?
“No, era riservato. Venne da noi per festeggiare il compleanno della mamma. Mi fece capire che le cose si erano sistemate. Era tranquillo, non una persona che pensasse al suicidio. Poi ripartì per Kabul. Non l’ho più rivisto. E dopo il fatto ho cercato in tutti i modi di sapere cosa fosse accaduto. Non mi hanno dato un solo documento. Ho chiesto l’esito dell’autopsia: niente. Ho anche chiesto di leggere il testo della lettera o di un bigliettino che avrebbe scritto quella notte. Non mi è mai stato dato nulla”.

Possibile che la famiglia non sia stata informata di aspetti così delicati?
“Scrissi a un generale chiedendo di sapere come fosse morto mio figlio. Mi rispose che un carabiniere era entrato nell’ufficio alle 7 del mattino e aveva trovato il corpo e un foro sul muro, all’altezza di un metro. Io obiettai che se si era sparato in testa il foro doveva essere sul soffitto. Sa cosa mi rispose?”

Che cosa?
“Che io vedo troppi film. A Kabul c’è un’aria così rilassante tanto da riuscire a far dormire tutti i militari, compresi quelli di guardia? Possibile che nessuno abbia sentito lo sparo? Ma insisto sul biglietto: anche se fosse stato composto al computer capirei se l’ha scritto mio figlio oppure no. A questo punto ho anche dei dubbi che esista davvero”.

È mai stato interrogato?
“Da nessuno. Scrissi anche alla Procura Militare di Roma mettendomi a disposizione, chiedendo di essere sentito. Non ho mai ricevuto una convocazione. Credo che un padre abbia diritto ad avere risposte chiare sulla morte del proprio figlio”.