Durante il lavoro di documentazione per il nuovo libro, in cui racconterò le alluvioni d’Italia dall’unità dal terzo millennio, mi sono imbattuto in parecchi saggi che studiosi di cultura anglosassone, soprattutto storici e sociologi ma anche cultori delle scienze della terra e dell’ingegneria, hanno dedicato all’Italia delle catastrofi, naturali e non. Per esempio, John Dickie (University College London) ha scritto che la nostra penisola, per ragioni storiche e ambientali, può essere descritta come la nazione europea più incline ai disastri. E che la narrazione apocalittica associata a questa inclinazione ha giustificato spesso l’esaltazione della eccezionalità da parte di maggiorenti, media e intellettuali, quale diversità intrinseca del nostro Paese.

Senza dubbio la storia d’Italia è costellata da vicende naturali ben classificabili come eccezionali veramente, a partire dall’alluvione romana del dicembre 1870, la più severa del millennio, e da quelle padane di due anni dopo, altrettanto se non più gravi. Dai terremoti di Casamicciola e del Ponente ligure degli anni ’80 del XIX secolo alla frana di Sasso (poi Marconi). E da eventi estranei alla natura geologica della penisola ma legati all’assetto sociale e ambientale, come l’epidemia di colera nel napoletano del 1884 o la titanica lotta alla malaria intrapresa del fascismo con la bonifica integrale. Sempre disastri erano; e le politiche di emergenza per fronteggiare i disastri sono sempre state un must dei governanti pro tempore.

Dal disastro di Adua del 1896 a quello di Caporetto del 1917, anche le vicende politiche e militari sono state spesso interpretate secondo la retorica del disastro, così come le stragi, da quella del Kursaal Diana alle meno lontane stragi di Piazza Fontana e della stazione di Bologna. La Protezione Civile italiana è stata pioniera in Europa nell’ispirare i metodi con cui fronteggiare l’emergenza, ancorché innescata dall’esplosione di Seveso, dal pozzo di Vermicino e dalla frana in Valtellina. Fino a catalogare nella famiglia dei disastri perfino i grandi eventi, come accadde per il G8 o i mondiali di ciclismo e nuoto; e questi eventi sono stati talora un vero disastro, almeno per il pubblico erario.

Sempre Dickie ha scritto che, nonostante la sua unica vicenda di disastri e calamità, l’Italia e soprattutto chi la governa non dovrebbe alimentare la propensione al catastrofismo, battezzando come eccezionali i fatti salienti della nostra storia, soprattutto se spiacevoli, quando non si ricorra al comico sintagma “eccezionale veramente”. Ma è una vana preghiera. Non stupisce quindi il tono apocalittico con cui alcuni vati del “Sì” paventano l’eventuale “No” nel referendum costituzionale, quando pronosticano con tono minaccioso che il “No” condurrebbe a conseguenze catastrofiche e imprevedibili. E l’imprevedibile fa ancora più paura del catastrofico, perché quasi nessuno accetta che l’imprevedibilità sia la regola mentre predicibili siano soltanto alcune eccezioni della nostra vita sulla Terra.

Al contrario, la vittoria del “Sì” sarebbe invero una piccola catastrofe per l’ulteriore perdita di libertà, individuale e collettiva, che, a ben vedere, è il sostanziale obiettivo delle contorte modifiche costituzionali. Aggiungerebbe un altro, piccolo tassello alla disastrosa caduta della democrazia che la moderna governance, per tenere il passo con i tempi nuovi dell’umanità globalizzata, sta già provocando quasi ovunque. Perché, come afferma in modo provocatorio David van Reybrouck, votare non è più democratico. E lo dimostra la recente legge sul governo dell’acqua in Italia, che non rispecchia quasi del tutto i risultati del referendum popolare in questa materia.