Io non so se è normale, a me pare lunare: il governo “regala” 500€ ai nati nel 1998, ovvero a coloro che compiono i 18 anni nel 2016. Una vera e propria mancia, senza alcun criterio di redistribuzione sociale e fatta sulle spalle della fiscalità generale, senza una motivazione plausibile. Mentre lo stesso governo taglia servizi e stanga coi ticket, mentre regala soldi a tornei di golf (prima quasi 100ml di euro in forma di garanzia in legge di stabilità, stralciati su indicazione di Francesco Boccia, poi 60ml di soldi veri stanziati) e alle paritarie che nessuno sceglie (100.000 iscritti in meno in 3 anni e un “aiuto” governativo di 115 ml di euro), mentre cioè non interviene sul welfare in modo sistematico in modo da rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della personalità, regala 500€ ai diciottenni, che poi li spenderanno per comprare libri, biglietti per concerti mostre e teatro, e così via.

Li spenderanno anche su Amazon (mi è appena arrivata una mail, a me che diciottenne non sono, con l’invito a spendere sul loro sito il “bonus cultura“), ovvero spenderanno quei soldi sul sito, tra gli altri certo, di cui è azionista un collaboratore “a titolo gratuito” del governo stesso. Sul sito 18app (“la cultura che ci piace”, sic) su cui ci si deve registrare per poter usufruire del bonus compare un elenco degli esercenti, diviso in fisici e online.

Le categorie merceologiche sono 6: cinema, concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti e parchi naturali ed aree archeologiche, teatro e danza. Ora, a una mia rapida ricognizione risulta che se il diciottenne volesse acquistare prodotti online potrebbe farlo solo per 2 delle 6 categorie, ovvero cinema e libri, rispettivamente con 10 siti per la prima e 5 (tra cui Amazon, ovviamente) per la seconda…

Perché la cultura è un “bonus”. Non è una costruzione faticosa ed esaltante che si fa assieme nella scuola, nelle università, nelle biblioteche, per le strade, in famiglia: sono soldi da spendere. Certo, è evidente che l’esercizio di diritti sociali (il diritto all’istruzione, al pluralismo culturale, al pluralismo informativo, allo svago, alla lettura, alla partecipazione a concerti ed eventi, etc.) sta o cade a seconda che esso venga preso assieme ai diritti civili e politici oppure no, e che essa ha a che fare con le condizioni materiali dell’esistenza.

Perché è chiaro che senza soldi per comprare libri, biglietti del teatro o delle mostre, la cultura è di più difficile accesso. Tuttavia non vale il “prima il mangiare, poi la morale” che Bertold Brecht faceva dire a Mackie Messer nell’Opera da tre soldi, ma la morale e la pancia insieme. Quanto più lo Stato investe nelle strutture deputate a creare cultura e a condividerla, tanto più il gap tra ricchi e poveri, tra coloro che possono permettersi di “comprare” cultura e quelli che non possono, si riduce.

La cultura non si “compra” con le mancette, ma investendo nei settori che la producono, affinché la si possa produrre sempre più tutti insieme. La cultura è un prodotto sociale che creiamo assieme, e non solo uno spettacolo a cui assistere, fatto da altri e di cui basta sia acquistabile il biglietto. Perché non esistono gli “intellettuali per natura”: tutti siamo intellettuali se siamo messi nelle condizioni (anche materiali dell’esistenza) di esserlo.

Il buon padre di famiglia parla coi figli, investe sulla loro istruzione, legge con loro i libri, li porta al cinema. Non gli dà la paghetta dicendogli “ecco, questi sono i soldi, compratevi quello che volete basta che sia ‘culturale’“.