Un mese fa, il 28 settembre, Amnesty International ha inviato al dipartimento di Stato Usa un memorandum relativo a 11 attacchi compiuti negli ultimi due anni dalla coalizione a guida statunitense in Siria. Obiettivo dichiarato di quegli attacchi era lo Stato islamico ma ne hanno fatto le spese almeno 300 civili. Dal Pentagono, finora nessuna risposta.

Sulla base di tutte le informazioni pubbliche disponibili, provenienti da organizzazioni locali per i diritti umani, gruppi di monitoraggio e fonti giornalistiche e attraverso colloqui con testimoni oculari e l’esame di immagini satellitari, fotografie e video, Amnesty International è giunta alla conclusione che, in ciascuno degli 11 casi esaminati, Centcom (il comando centrale che coordina le forze della coalizione a guida Usa) non abbia preso misure adeguate per ridurre al minimo i danni ai civili e agli obiettivi civili. Alcuni di questi attacchi sembrerebbero del tutto sproporzionati o indiscriminati.

Secondo altre fonti siriane, il totale dei civili uccisi dagli attacchi della coalizione in questi due anni potrebbe arrivare a 600 o addirittura a oltre 1000. Ad oggi, Centcom ha riconosciuto solo una vittima tra i civili. Non c’è da stupirsi. Precedenti ricerche di Amnesty International sul Pakistan e sull’Afghanistan hanno dimostrato che le autorità militari statunitensi non hanno mai svolto indagini efficaci su possibili violazioni del diritto internazionale umanitario né hanno ammesso le loro responsabilità per le vittime civili.

Tornando alla Siria, tra gli attacchi più recenti della coalizione a guida Usa menzionati nel memorandum di Amnesty International, figurano i tre portati a termine tra giugno e luglio 2016 nella zona di Manbij (provincia di Aleppo), che si sospetta abbiano ucciso oltre 100 civili nei villaggi di al-Tukhar, al-Hadhadh e al-Ghandoura. Nel più grave dei tre attacchi, quello di al-Tukhar del 19 luglio, si sarebbe verificato il più alto numero di vittime civili a seguito di una singola operazione militare della coalizione: 73, tra cui 27 bambini, oltre a una trentina di feriti.

Centcom sta indagando sull’accaduto. Nel suo memorandum alle autorità Usa Amnesty International solleva forti dubbi sulla natura dell’obiettivo dell’attacco e chiede se e in che modo siano state vagliate le informazioni fornite dall’intelligence o sia stata verificata la presenza di civili nei pressi dell’obiettivo.

Neanche una decina di giorni dopo, un attacco della coalizione contro il villaggio di al-Ghandoura ha provocato almeno 28 morti, sette dei quali erano bambini. L’attacco ha centrato un mercato situato nella strada principale del villaggio.

Il memorandum di Amnesty International ricorda altri attacchi della Coalizione a guida Usa, portati a termine lo scorso anno.

Nelle prime ore del 7 dicembre 2015 un attacco contro il villaggio di Ayn al-Khan (provincia di al-Hasakah, nord della Siria) ha colpito due abitazioni usate come riparo dai civili. Secondo le organizzazioni locali per i diritti umani, l’attacco ha ucciso 40 civili, tra cui 19 bambini, e provocato almeno altri 30 feriti. Una fonte giornalistica ha riferito che nell’attacco è rimasto ucciso anche un numero imprecisato di combattenti dello Stato islamico.

Amnesty International ha parlato con uno dei sopravvissuti, che ha raccontato di essere stato svegliato da una forte esplosione e di essere corso immediatamente a scavare tra le macerie: La casa ha tremato e poi ha iniziato a sbriciolarsi. Sono corso fuori e ho visto quella dei miei vicini completamente distrutta. Sentivo le persone che chiedevano aiuto da sotto le macerie”. Mentre stava cercando di dare soccorso a quelle persone, da un elicottero è partito il secondo attacco: “In quel momento avevo in braccio un neonato di sei mesi che ero riuscito a tirare fuori. L’esplosione mi ha fatto cadere e l’ho perso. Poi ho saputo che è morto insieme alla madre. Io mi sono salvato solo perché sono caduto dentro la buca provocata dall’attacco aereo ma tutti gli altri sono morti: mia madre, mia zia, una bambina di quattro anni e un bambino di due anni e mezzo”.

L’attacco sembrerebbe aver avuto per obiettivo un gruppo di combattenti dello Stato islamico che cinque giorni prima si erano radunati in un’abitazione ai margini del villaggio e che in seguito erano stati raggiunti da altri combattenti. Ma un comandante delle Unità per la protezione del popolo curdo (Ypg), incontrato in seguito, ha detto al testimone che aveva avvisato le forze della coalizione circa la presenza di civili nella zona.

Centcom non ha riconosciuto la responsabilità per alcuna vittima civile ammettendo solo di aver compiuto attacchi aerei in quella zona e alla stessa ora.

In un altro attacco, l’11 agosto 2015, la coalizione ha colpito un edificio di Atmeh (provincia di Aleppo) usato da un gruppo armato per produrre mortai, ma anche due case attigue in cui sono morti otto civili, tra cui sei bambini e ragazzi tra i quattro e i 17 anni. Vi sono notizie discordanti sulla possibile morte di 10 combattenti. Centcom ha ammesso di aver compiuto l’attacco ma ha negato che vi siano state vittime civili.

Le immagini satellitari ottenute da Amnesty International mostrano le due case attigue all’obiettivo completamente distrutte. Talha al-Amouri, un testimone oculare, si è salvato perché insieme al cognato si era recato a un negozio a poca distanza. Ha raccontato ad Amnesty International che sua cognata, madre di cinque dei bambini uccisi nell’attacco, ne ha perso un altro di cui era incinta da otto mesi.

Sebbene avesse un obiettivo militare legittimo, avendo distrutto edifici circostanti e ucciso civili anche questo può essere considerato un attacco sproporzionato. Come obbliga a fare il diritto internazionale umanitario, le autorità Usa avrebbero dovuto prendere misure per minimizzare il rischio di danni ai civili: emettendo un avviso, ritardando l’attacco fino a quando i civili non fossero stati adeguatamente protetti o cancellandolo se prevedibilmente sproporzionato.

Mentre le operazioni militari per riprendere Mosul dallo Stato islamico entrano nella seconda settimana, i timori per i civili continuano a crescere. Se da un lato lo Stato islamico sta prendendo civili come scudi umani, dall’altro la coalizione a guida Usa sta fornendo supporto aereo e terrestre alle forze irachene, in un contesto nel quale vengono usati anche proiettili al fosforo bianco.

C’è poco da stare tranquilli se si considera che negli attacchi della coalizione per liberare dallo Stato islamico la città siriana di Manbij, considerevolmente più piccola di Mosul, si ritiene siano stati uccisi oltre 200 civili.