Mentre i cambiamenti climatici sono completamente usciti di scena dal dibattito elettorale delle presidenziali americane, la concentrazione di anidride carbonica ha superato la quota di 400 parti per milione in volume, una soglia che molti dichiaravano inconcepibile nel 1972, quando la CO2 era attorno a quota 320. Perché 1972? The Limits to Growth è il libro del 1972 che raccoglieva i risultati di una ricerca commissionata dal Club di Roma ad alcuni studiosi del Mit, coordinati dai coniugi Meadows.

In italiano, il titolo del libro era stato tradotto in modo un po’ insidioso: I limiti dello sviluppo; facendo capire che non c’è sviluppo senza crescita. Vent’anni dopo, l’assioma sviluppo=crescita era diventato un postulato fondamentale della globalizzazione, principio dominante nell’era del capitalismo finanziario che ha preso il posto del capitalismo industriale. E la ricerca dei Meadows mostrava anche un diagramma dell’evoluzione “a bocce ferme” della CO2 di riferimento lungo un congruo orizzonte di tempo.

A quanto ammontavano quelle previsioni? Estrapolando alla buona quel diagramma, ai nostri giorni The Limits to Growth prevedeva circa 430 parti per milione di CO2 nell’aria. Hanno sbagliato i Meadows? Certamente sì, ma chi non si accontenterebbe di un errore inferiore al 10% nel prevedere una qualunque variabile ambientale su un orizzonte di quasi mezzo secolo?

Ha sbagliato chi, compreso il sottoscritto, prese sul serio lo studio del sistema climatico? Lo ha sostenuto per anni chi ci battezzava già allora gufi apocalittici, vaticinando che la CO2 sarebbe addirittura diminuita al di sotto di 300 parti per milioni, laddove si era stabilizzata per migliaia di anni. Ora i negazionisti sono quasi scomparsi nel mondo. Eppure nel nostro paese continuano – ora come allora e anche in sedi accademiche serie e con l’avallo e l’incoraggiamento delle autorità universitarie – i dibattiti dove i residui negazionisti, senza alcuna base scientifica condivisa, sostengono che i cambiamenti climatici non esistono, ma sono favole raccontate da gufi apocalittici assetati di finanziamenti da parte della lobby europee della ricerca. Un fenomeno che descrive un paese marginale e ignorante, dove non appena si parla di atmosfera, catastrofi naturali, inquinamento o bombe d’acqua c’è sempre qualcuno che invoca le scie chimiche, le puzze sismiche, le grandi opere o i paesaggi arcadici.

Alla fine degli anni 80 avevo scritto, nei ritagli di tempo, un libro divulgativo sul clima che cambia. Si intitolava Effetto serra: istruzioni per l’uso. Per un accordo verbale, doveva pubblicarlo Rizzoli, che chiuse la collana divulgativa a cui era destinato prima della mia tardiva consegna. Lo ho riletto da poco e ripubblicato tal quale in formato digitale, poiché quanto si temeva allora, su gracili basi scientifiche, in parte si è già avverato, seguendo una tendenza del tutto confermata dall’esperienza. Comprese le risposte che la società avrebbe potuto dare, da valutare alla luce di quelle che in effetti l’umanità ha poi dato, sta dando e si accinge a dare.

Quando consigliavo agli studenti di ingegneria questo libro, spiegando loro i primi rudimenti di climatologia, materia reietta nell’Italia accademica, raccoglievo la compassione dei colleghi più generosi e lo scherno di parecchi altri. Un noto giornalista che mi onora da sempre con la sua amicizia mi suggerì sottovoce di accantonare temi siffatti, che a suo giudizio avevano annoiato la gente. Un tema che, alla fine degli anni 80, egli come altri destinava alla pattumiera della storia della scienza. Non solo i coniugi Meadows facevano previsioni un po’ approssimative.