Saranno in grado di proteggere i segreti dei colossi industriali, di progettare software capaci di resistere ai cyber-attacchi più sofisticati, e potranno occuparsi della sicurezza informatica di enti governativi, soggetti politici, gruppi pubblici e privati in possesso di dati virtuali da tutelare. In una parola, saranno hacker, con tanto di diploma a certificarlo. A formarli sarà l’Università di Modena e Reggio Emilia, che il 23 ottobre inaugura il primo corso d’Italia dedicato alla cyber security, cioè alla sicurezza informatica. Una scuola di specializzazione della durata di sei mesi, che alle lezioni in aula con docenti internazionali affiancherà esercitazioni in laboratorio e progetti di lavoro da condurre sia autonomamente, sia in gruppo. Per iscriversi alle lezioni, che partiranno il 24 ottobre, non c’è limite d’età, l’unico requisito richiesto è un alto livello di conoscenza della rete, dei sistemi operativi e della programmazione software.

“I nostri studenti potranno avere 18 anni come 40, e non importa se saranno laureati o meno: ciò che conta è che siano esperti d’informatica – spiega a ilfattoquotidiano.it il professor Michele Colajanni, direttore del centro interdipartimentale di ricerca sulla sicurezza dell’Unimore –. L’obiettivo del corso, infatti, è formare esperti in grado di contribuire a migliorare il livello di sicurezza informatica nel nostro paese”.

Un tema, quello della cybersecurity, che già da tempo è al centro del dibattito internazionale. Prima della faida tra Stati Uniti e Russia, nata dal furto e dalla diffusione di email e dati provenienti dal server del Democratic National Commitee, c’era stato l’hackeraggio di 500 mila account Yahoo e il colpo messo a segno ai danni di Michelle Obama. E poi i ripetuti attacchi contro la Sony, il furto di dati subito LinkedIn nel 2012, fino all’operazione Shady Rat, che tra il 2006 e il 2010 ha preso di mira oltre 71 organizzazioni internazionali, compresi contractor della difesa americana, aziende, e istituzioni come le Nazioni Unite o il Comitato Olimpico. Solo per fare qualche esempio.

“Ciò che dobbiamo considerare è che l’informatica sta entrando in qualunque aspetto della nostra realtà, e non solo attraverso gli smartphone – spiega Colajanni – presto, quindi, più che di proteggere dati, dovremo occuparci di tutelare la vita delle persone. E’ necessario che anche l’Italia disponga di figure in grado di garantire la sicurezza informatica del paese”.

L’edizione pilota del corso accoglierà meno di una ventina di studenti, selezionati da una commissione che, invece del curriculum, valuterà il miglior software che il candidato sia mai riuscito a realizzare. “Conteranno innovazione, attitudine e creatività”.

Superata la selezione, quindi, gli iscritti, più che una scuola di specializzazione, frequenteranno una vera e propria Cyber Academy. “Studieranno nell’edificio dove abiteranno, cioè il complesso San Filippo Neri di Modena, ma al di là della teoria, il focus del corso sarà sulla pratica”. I futuri hacker, infatti, impareranno affrontando problemi verosimili fornite da istituzioni e aziende, e oltre a operare individualmente, dovranno imparare a collaborare, “perché per risolvere problemi gravi bisogna saper lavorare in team”. Orario d’inizio delle attività, le 9.30 del mattino, “ma poi le lezioni potranno proseguire anche fino a tarda sera, non ci sono orari precisi”.

Il costo del corso è di 1.500 euro, ma l’Università di Modena e Reggio, in collaborazione il Comune di Modena, Er.Go e aziende emiliane e nazionali, metterà a disposizione borse di studio per i migliori partecipanti. “Puntiamo tutto sul merito, e siamo convinti che i diplomati non avranno difficoltà a trovare lavoro”.

“L’hacker ‘buono’, e uso questa definizione solo perché spesso il termine è associato a quello di cyber-criminale, oggi è richiestissimo – spiega Colajanni – sono le aziende stesse a cercare queste figure. E poi offrire corsi innovativi, creare una scuola come ce ne sono poche in Europa, è un modo per invogliare i ragazzi a rimanere in Italia: troppo spesso i nostri giovani diventano cervelli in fuga, ma se costruiamo opportunità qui, allora non saranno costretti a emigrare all’estero per cercare lavoro”.