“È inaccettabile dover dire sì o no in blocco ad un riforma che modifica in un sol colpo il 35% degli articoli della Costituzione“. Secondo Fulco Lanchester e Mario Staderini, il diritto alla libertà di voto è inconciliabile con la prospettiva di esprimersi in un unico quesito sui vari aspetti, tra loro assai diversi, del ddl-Boschi. E per questo, a poche ore dall’analoga iniziativa legale intrapresa da Valerio Onida e Barbara Randazzo, anche il giurista friulano e l’ex segretario nazionale dei Radicali annunciano il ricorso al Tar del Lazio da parte del loro “Comitato per la libertà di voto”. Viene dunque impugnato il decreto con cui il Presidente della Repubblica indiceva la consultazione. L’obiettivo è coinvolgere la Corte costituzionale per garantire che venga riconosciuto ai cittadini un vero potere di scelta in occasione del 4 dicembre.

“Ridurre un referendum a plebiscito – spiega Staderini – costringendo gli italiani a fare da attori non protagonisti di una guerra simulata, finisce per essere un danno per tutti”. Un esempio concreto di come il quesito unico produca distorsioni del diritto di voto? Secondo Staderini, basta guardare alle modifiche che riguardano Palazzo Madama: “Costringere l’elettore ad ingoiare un Senato come quello ridisegnato dalla riforma Boschi-Renzi, solo per avere in cambio la fine del bicameralismo perfetto, non è corretto”.

L’ipotesi alternativa, quella che sia Onida sia Staderini e Lanchester auspicano, è quella dello “spacchettamento“. Un’idea che l’ex segretario dei Radicali porta avanti da mesi. “Quando a gennaio lanciammo la proposta di suddividere il quesito in vari capitoli su cui pronunciarsi singolarmente, partivamo dalla convinzione che la democrazia sia una cosa seria. Promuovemmo così, insieme a Riccardo Magi, due richieste di referendum per parti separate”. Fallirono entrambe, però. Quella rivolta ai parlamentari, si arenò a circa venti adesioni dal raggiungimento del numero minimo richiesto (un quinto dei deputati o dei senatori). La sottoscrizione pubblica, invece, non riuscì a raccogliere le 500mila firme necessarie per portare la questione davanti alla Corte costituzionale. “Evidentemente, i partiti avevano tutto l’interesse a proseguire sulla via del plebiscito. E allora ai cittadini – prosegue Staderini – non resta che seguire la via dei tribunali”. La stessa via scelta, in queste stesse ore, dai costituzionalisti Valerio Onida e Barbara Randazzo. “Con loro ci siamo confrontati nelle scorse settimane. La loro decisione fa sì che vengano riconosciute in maniera autorevole le ragioni giuridiche alla base della nostra iniziativa sullo ‘spacchettamento’ del referendum”.