Il testo di Massimo Recalcati – “Il ‘tradimento’ di Benigni”, Repubblica, 7 ottobre – è ben scritto. C’è stile. E capacità d’argomentazione. L’autore, attento studioso di Lacan, conosce la potenza della parola e la usa, in difesa del comico toscano, come meglio non si potrebbe. Tuttavia, conclusa la lettura si resta perplessi, c’è del vero nelle sue parole, ma qualcosa non va, qualcosa non torna.

L’impressione è che Recalcati costruisca un bersaglio per colpire meglio. Ha stabilito che i fautori del No al referendum hanno una malattia ideologica (non tutti, certo, qualcuno si salva), accusano gli avversari di tradimento come faceva Stalin: ergo, sono stalinisti. Una lettura psicanalitica della sinistra (e del M5S). Interessante. E tuttavia, come tutti i sillogismi, anche il suo, se parte da premesse false non può condurre a conclusioni vere. Recalcati ha deciso che i protagonisti del No sono afflitti da malattia, la pone come premessa del ragionamento, e trae le conclusioni. Non va bene. Marx parlerebbe – non senza qualche ragione – di “mistificazione ideologica” perché sono occultati i reali processi in atto nella società italiana. Lo scontro sul referendum – è questo il punto – nasce da due visioni opposte della democrazia, dietro le quali ci sono forze, poteri, interessi. Sì, interessi di classe. Ben individuati da Scalfari nel suo discorso sul ruolo dell’oligarchia nella storia.

Non condivido le conclusioni del fondatore di Repubblica (democrazia e oligarchia non coincidono, caro Eugenio) e ritengo che Zagrebelsky sia stato più convincente di Renzi in Tv, ma, a parte questo, il problema delle oligarchie esiste: se si impongono, la democrazia è malata. Scalfari lo sa bene e mi sorprende (mi addolora) che il suo testo abbia lasciato spazio a delle ambiguità. E’ una questione delicata la difesa dell’oligarchia. Spiazza, chi, non solo sui giornali, ha tracciato il profilo democratico del fondatore di Repubblica. Ragioniamo. Norberto Bobbio osserva che esistono diverse forme di oligarchie: oligarchie politiche (e viene in mente il CAF), oligarchie economiche (pensiamo a Cefis e Razza padrona), oligarchie militari, eccetera; Scalfari le ha contrastate: era un’oligarchia militare quella del generale golpista De Lorenzo denunciata dall’Espresso. Cos’è dunque questa folgorazione sulla via di Damasco dell’oligarchia? A 93 anni. Peggio di una conversione religiosa in ginocchio dal Papa. Quest’ultima potremmo capirla. Domenica 9 ottobre il Nostro aggiusta il tiro: difende “l’oligarchia democratica”. Osservo che si tratta di tecnodemocrazia (il governo dei tecnici). No, grazie, di nuovo Monti e Fornero, no, abbiamo già dato.

Ma torniamo a Recalcati. Scrive che a sinistra c’è stata – storicamente – l’abitudine d’accusare di tradimento gli avversari. Vero. Tuttavia Il tradimento dei chierici è un testo che non ha scritto né Lenin, né Stalin, né Togliatti. L’autore era letterato e filosofo, propugnò un ritorno al classicismo, al razionalismo. Non era stalinista. Individuava un problema: gli intellettuali che tradiscono la causa della cultura. Ognuno dovrebbe fare i conti – scrive Recalcati – con lo stalinista che c’è in lui. Giusto. Anche il premier: quanto stalinismo c’è in Renzi? “Enrico stai sereno” è cosa grave, non siamo più nel 1940 ma fossi in Letta eviterei il Messico. Renzi trasforma sistematicamente l’avversario in nemico: D’Alema ha i suoi difetti, ma ogni sua critica – anche giusta e pertinente – viene derisa: “ha perso la poltroncina”, lo fa per interesse personale, “si è smarrito moralmente” per dirla con Recalcati. Denigrazione e fango. Inoltre: la mano forte nel giornalismo d’inchiesta – a leggere Recalcati – la usa (solo) il Fatto Quotidiano. E’ così? E’ intellettualmente onesta questa rappresentazione? Insomma, il problema va oltre il caso Benigni, che non definirei traditore. Ha cambiato posizione, questo sì. E’ legittimo farlo. Ma è legittimo anche criticarlo. Benigni non è la Madonna.

La verità è che i conti non tornano. Tutto qui. Se s’afferma che abbiamo “la Costituzione più bella del mondo” e poi si dice Sì alla riforma – a) creando senatori part-time con Comuni e Regioni; b) rendendo più difficili le leggi d’iniziativa popolare; c) aumentando il potere del premier col combinato disposto “Riforma-legge elettorale”; eccetera – è normale che qualche critica arrivi. Continuerò a vedere i film del comico toscano anche se vota Sì. Penso tuttavia che sbagli, il No al referendum è più in linea con l’immagine che molti avevano/hanno di lui. Ma va bene così. Difendo il diritto di Benigni di cambiare opinione e quello di Recalcati di scrivere articoli non sempre condivisibili. Il caso Scalfari è più complesso, o sta col popolo o con le oligarchie: certe affermazioni cozzano con la sua storia.