Più di cinque milioni di immigrati costano 15 miliardi alle casse dello Stato. Ma versano 10,9 miliardi di contributi previdenziali, contribuendo a rimpinguare le casse dell’Inps. Senza contare che versano anche 6,8 miliardi di Irpef, l’8,7% del totale contribuenti. Lo rivela il Rapporto annuale L’impatto fiscale dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, che verrà presentato l’11 ottobre al Viminale. “La migrazione continua a portare benefici al Sistema Italia. Uno dei suoi primi benefici sono i contributi pensionistici versati dagli stranieri occupati”, spiega una nota della Fondazione. “Ripartendo il volume complessivo per i redditi da pensione medi, si può calcolare che i contributi dei lavoratori stranieri equivalgano a 640mila pensioni italiane”, prosegue.

Inoltre, il costo dell’immigrazione per le casse pubbliche italiane è decisamente contenuto: 15 miliardi equivalgono infatti all’1,75% della spesa pubblica. Si tratta di una goccia in un mare magnum da 800 miliardi per un Paese che paga annualmente 70 miliardi in interessi sul debito, 163 miliardi per i dipendenti pubblici e 270 miliardi in pensioni. In compenso gli stranieri producono 127 miliardi di ricchezza, che è pari all’8,8% del valore aggiunto nazionale, nonché una cifra di poco inferiore al fatturato dell’intero gruppo Fiat. Tuttavia, avendo una bassa produttività, sono destinati a pensioni da fame.

Ma come impiega lo Stato le risorse destinate agli immigrati? Le maggiori spese sono per la sanità (4 miliardi), l’istruzione (3,7 miliardi) i trasferimenti di denaro (3,1 miliardi), la giustizia (2 miliardi). Sono invece molto marginali i costi pubblici per casa (300 milioni) e servizi sociali (600 milioni). Quanto all’identikit dell’immigrato in Italia, lo studio della Fondazione Leone Moressa parla soprattutto di romeni (1,1 milione con una componente femminile del 57,2%), albanesi (467.687), marocchini (437.485), cinesi (271.330). Lavoratori che sono essenzialmente occupati nelle costruzioni (15,1%), nel commercio (12,9%), nel comparto alberghiero (9,7%). Tutti questi settori hanno fortemente risentito della crisi come testimonia il fatto che gli immigrati abbiano beneficiato in maniera consistente di misure a sostegno del reddito come cassa integrazione (con un’incidenza del 12% sul totale), disoccupazione, Aspi e mini Aspi (13,3%) e indennità di mobilità (4,6%). “Nel 2014 il 32% delle famiglie immigrate ha ricevuto il bonus Renzi, contro il 21% di quelle autoctone. Per entrambe le componenti, gli importi medi sono superiori agli 85 euro – si legge in un estratto dello studio – . Se avere oltre due beneficiari è un caso fortuito per entrambe le tipologie di famiglie, nelle famiglie immigrate si registra una maggiore presenza di due beneficiari”.

Segno, insomma, che le differenze di reddito fra stranieri e italiani si fanno sentire notevolmente e l’integrazione sia un traguardo ancora molto lontano. “Lo studio tende a smentire diversi luoghi comuni. Infatti il contributo degli immigrati ai conti pubblici è generalmente positivo – prosegue – L’eccezione è soprattutto la Germania, che ha molti immigrati già in pensione, provenienti dalla Turchia negli anni ’60 e dalla vecchia Unione Sovietica negli anni ’90”. Per la Fondazione, gli immigrati sono in sintesi una preziosa risorsa. A patto, naturalmente, che venga gestita con politiche adeguate.