Circa 25 anni fa arrivai a Minsk in compagnia di Marcello Villari. Facemmo oltre 600 chilometri a bordo di una Volvo un po’ scassata. In otto ore. Con le strade sovietiche del 1991 fu una specie di record. Credo che prendemmo una decina di multe per eccesso di velocità. Dovevamo arrivare a vedere con i nostri occhi le prime manifestazioni per l’indipendenza dall’Unione Sovietica e raccontarle ai nostri attoniti lettori. Lui dell’Unità, io della Stampa.

Avevo nella mia memoria un’altra città, completamente diversa. La capitale è teatralmente sontuosa. Minsk è oggi l’unica città dell’ex Unione Sovietica dove sventola ancora, in pieno centro, la bandiera dell’Unione Sovietica. Una sola, è vero. Ma grande e ben visibile. Il Presidente Lukashenko lo ha voluto, personalmente. E ora quella bandiera di uno Stato che non esiste più garrisce al vento, su un altissimo pennone che sovrasta il monumento dedicato alla vittoria della Grande Guerra Patriottica: così, in quello spazio che era l’Unione Sovietica, quasi tutti chiamano quella che noi ricordiamo come la seconda guerra mondiale.

A pensar bene, mi pare una giusta decisione. Lukashenko — che fu l’unico deputato del Soviet Supremo della Russia che votò contro il colpo di stato dei tre capi di Russia (Eltsin), Bielorussia (Shushkevic) e Ucraina (Kravciuk), deciso nel bosco della Belovezhskaja Pushcha nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1991— ha voluto ricordare al mondo che fu l’Unione Sovietia a vincere quella guerra. Un riconoscimento postumo e pieno di significati. Per lui personalmente e per la maggioranza dei suoi cittadini.

Per il resto questo unico Paese europeo che ancora si muove sulla linea del mercato con orientamento sociale, ha tutta l’aria di stare bene. Sembra la Svizzera. Lindo e pulito, dove tutto funziona bene. Il parco auto che si vede nelle amplissime strade bene asfaltate è più moderno di quello italiano. I negozi sono belli e pieni di roba. In gran parte di produzione bielorussa. Le esportazioni di prodotti industriali tirano. Ma meno di quelle della produzione agricola, che vola. Lo stacco tra la campagna di Belarus e quella delle confinanti Lituania e Polonia (europee) è netto e a tutto vantaggio della prima.

La campagna è uno splendore di campi pettinati come prati inglesi. Eppure c’è ancora la Prospettiva Lenin. E, del resto, Minsk non ha commesso l’errore di ribattezzare vie e piazze, come per qualche anno a Mosca dettò l’euforia pro-occidentale. I monumenti della storia sovietica, così come la politica sociale, sono tutti al loro posto. Salvo quello di Stalin. Ma il centro della capitale è una esaustiva e impressionante esposizione dell’architettura staliniana, ben restaurata.

A quanto pare nulla di quello che era buono del socialismo reale è stato buttato via insieme all’acqua sporca. Lo Stato è decisivo in quasi tutti i settori chiave dell’economia. Le banche occidentali non si vedono. Ci sono — ma tutt’altro che dominanti — le banche russe o russo-bielorusse. E Lukashenko ha appena fatto sapere al Fondo Monetario Internazionale che non intende sostituire le regole —con cui la sua Belarus è diventata fiorente — con quelle della finanza occidentale, che invece stanno facendo acqua da tutte le parti.

L’occidente, complice l’Europa e la sua aggressiva politica verso l’est, ha cercato, senza successo, di organizzare una qualche “rivoluzione colorata” anche a Minsk. Ma qui tutti sono orgogliosi del ruolo di Lukashenko nel tentativo di scongurare il disastro ucraino con la “trattativa di Minsk”. Un euro vale qui 2,3 rubli. A Mosca ci vogliono 70 rubli per comprare un euro. Da qui, e da qualche dispetto reciproco in materia di gas e petrolio, nascono un po’ di ruggini con Mosca. Ma per andare da Mosca a Minsk e viceversa non c’è bisogno di alcun visto. È un volo interno. Restano paesi fratelli. E, tra i due presidenti, anche se talvolta scoppiano scintille, c’è il feeling che lega due capi veri dei loro popoli. Non è questione di amicizia ma di interessi comuni.