Nell’articolo domenicale di Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica sovrappone l’oligarchia alla democrazia. Egli infatti afferma, nell’assegnare il match televisivo tra Renzi e Zagrebelsky al primo, che il secondo sbaglia ad accusare Renzi di aver apparecchiato una riforma della Costituzione in direzione oligarchica, poiché l’oligarchia sarebbe “la sola forma di democrazia”, se si fa eccezione per l’”orrenda” democrazia diretta.

Ora, senza voler impartire lezioni a Scalfari, il quale dichiara a favore della propria sapienza di aver “letto e meditato e scritto sulle visioni politiche dei grandi classici” così come Machiavelli vestiva i panni reali e curiali al ritorno dall’osteria dove si era ingaglioffito a giocare a cricca, c’è da dire che questa sovrapposizione appare del tutto indebita.

Il pensiero politico occidentale ha a lungo usato, per distinguere le forme di governo, una tripartizione tassonomica legata al numero di chi governa: l’uno, i pochi, i molti o i più. Nella tradizione filosofico politica che per esempio fa capo ad Aristotele, questa tripartizione distingue tra la monarchia, governo di uno, la politeia, governo dei molti, e l’aristocrazia, governo degli aristoi, i “migliori”.

A questa tripartizione ne corrisponde specularmente un’altra: quelle sono infatti le forme “buone”, ma vi sono di quelle tre forme altrettante forme degenerate: il governo degenerato di uno è la tirannia; la politeia, che è il modello di partecipazione dei cittadini (ovvero i maschi, liberi, pleno iure) alla sfera pubblica, se è degenerata si chiama democrazia ovvero governo dei poveri; e l’aristocrazia, ovvero il governo dei pochi, quando si corrompe si chiama oligarchia.

L’oligarchia è dunque, per Aristotele ma non solo, la forma degenerata dell’aristocrazia. Inoltre, per lo Stagirita la politeia è sì il governo dei molti, ma essi sono soggetti alla legge sovrana. Si potrebbe qui intravvedere, mutatis mutandis, un’anticipazione dello Stato di diritto? Di certo siamo davanti a quella componente isonomica della democrazia che rende tutti uguali davanti alla legge.

Isonomia è, nel discorso sopra le tre forme politiche di Erodoto, il nome di tutti più bello. Platone, dal canto suo, non è per l’oligarchia, che ritiene essere una forma degenerata, bensì per l’aristocrazia, il governo degli ottimati, dei “perfetti”. Per Platone l’oligarchia è una forma degenerata, proprio come la democrazia, ma esse sono diverse tra loro: uno è il governo dei ricchi, l’altro dei poveri.

Platone infatti distingue quattro forme degenerate, e dall’una si passa progressivamente all’altra. Per stare ancora al pensiero classico, Polibio contrappone alla democrazia, la forma buona, la oclocrazia, che è il governo della plebe. E si potrebbe andare avanti nel tracciare queste distinzioni e nel chiarire come ‘oligarchia’ sia stato a lungo termine caratterizzato negativamente.

Invece Scalfari afferma che “l’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche”. Questa tesi avrebbe senso in un’ottica elitista, ovvero collocandosi nel solco dei pensatori che hanno analizzato (ed esaltato) il ruolo delle élite nel governo. Per Gaetano Mosca o per Vilfredo Pareto, le élite sono inevitabili, mentre Roberto Michels ha affermato, analizzando la vita dei partiti (in particolare il partito socialdemocratico tedesco ai primi del Novecento) che esiste una “legge ferrea dell’oligarchia” secondo cui il formarsi di un’oligarchia è una tendenza a cui soggiace inevitabilmente ogni organizzazione, persino quelle socialiste o libertarie.

Ma dire che esistono le oligarchie è una valutazione analitica che può realisticamente venire condivisa; tuttavia la sovrapposizione tra democrazia e oligarchia, anche da quando questo termine ha perso la sua caratterizzazione più negativa tipica del pensiero classico, ovvero dalle opere degli elitisti citati, è comunque indebita.

Norberto Bobbio del resto considerava come una promessa mancata della democrazia la persistenza delle oligarchie. Poiché in democrazia, potremmo dire, il potere si legittima attraverso la scelta dei cittadini, i quali sono dotati di agency politica, ovvero sono in grado, usciti dalla “minorità”, di scegliere ciò che è bene per loro. Mentre le oligarchie fondano il loro potere non su una legittimazione “esterna” che li distingue dai rappresentati ma per l’appunto li rappresenta, bensì su un sostegno che esse si danno da se stesse. In democrazia il cittadino è attivo e autonomo (si dà le regole da sé), con le oligarchie no.