1. Beppe Grillo è il leader del movimento. Sai che scoperta, lo era anche prima. Vero. Però finalmente lo ha detto. Con chiarezza. E con buona pace della litania “uno vale uno”. Ma de che? Uno vale uno se la sfida è tra Giarrusso e il Poro Schifoso. A quel punto, anzi, più che “uno vale uno” è “zero vale zero”. Comunque un pareggio. In molti altri casi, no. Per esempio: Casaleggio era uno e molti altri (non tutti) nessuno. Ed era giusto così, perché se non fosse stato così il M5S sarebbe stato solo un sogno hard nella testa della Lombardi. Le forze politiche non sono mai internamente democratiche. C’è sempre chi è più bravo e chi meno.

2. Beppe Grillo è parso più umano del solito, comprensibilmente distrutto per la perdita di un amico vero. E gli amici veri ti lasciano solo come nessun altro: è un lutto non elaborabile. A tale solitudine, un animale da palcoscenico come Grillo ha reagito nell’unica maniera che conosce: tornando al centro della scena. Una scelta giusta, nonché per lui l’unica possibile.

3. Direttorio game over, restano ai piani di comando solo (per ora) Di Maio e Di Battista. Era ovvio. La Ruocco verrà ridimensionata, e nessuno si accorgerà della differenza. Sibilia tornerà a contare quanto merita, cioè niente. Di Fico vi dico al punto quattro.

4. Eccoci. Oltremodo puerile e patetica la sfuriata sul palco di Fico. Una frignata traducibile con un bambinesco “Io non son meno fico di Luigi e Alessandro, tiè”. Fa piacere che lui ci creda, ma la realtà è diversa. Non discuto che il talebanissimo Fico abbia delle doti, ma stare in un movimento non significa che tutti debbano avere gli stessi ruoli e lo stesso spazio. Anch’io faccio il giornalista come Rondolino, ma io sono bello come il Sole, geniale come Keith Jarrett a Colonia e riempio i teatri. Rondolino, al massimo, riempie i panini di sugna e ciccioli. Roberto, siam sempre lì: c’è chi è Maradona e chi no. Tu, no.

5. La Raggi non è stata minimamente indebolita da problemi e polemiche. Non agli occhi degli attivisti, intendo dire, che anzi la venerano persino più di prima. Questo dimostra una volta di più come ci sia uno iato profondo tra l’informazione canonica e lo zoccolo duro M5S. Emblematico, in questo senso, il video di Assange.

6. Ho scritto il punto 5) solo per dimostrarvi che conosco la parola “iato”.

7. Ancora sulla Raggi. Di sicuro è onesta, e non è poco. Di sicuro non potrà mai fare peggio di Alemanno, e anche questo non è poco. Di sicuro, se la Boschi fa la costituzionalista, lei può fare il sindaco di Roma. Resta il dubbio di sempre: saprà amministrare una delle città più complicate d’Europa? Lo scopriremo solo vivendo, come cantava il divino Lucio.

8. Capisco la frustrazione degli attivisti per una stampa spesso faziosamente renzina, ma l’aggressione dei giornalisti è un atto tanto vergognoso quanto inaccettabile. Bene hanno fatto i parlamentari a dissociarsi subito, ma era davvero il minimo.

9. Grillo ha detto che la Costituzione è stata scritta negli Anni Cinquanta. Lotti dice che nel ’46 la guerra c’era ancora, Di Maio vaneggia di un Pinochet venezuelano, Renzi allude a una riforma attesa da 70 anni (la Costituzione ne ha 68) e già che c’è parla di “battaglia di Marzabotto”. Ma porca puttana, ragazzi: almeno i fondamentali, dai.

10. Al referendum trionferà il sì e Renzi stravincerà le elezioni del 2018. I 5 Stelle non andranno mai al governo, perché la maggioranza dei votanti ne avrebbe paura e, in ogni caso, inventeranno sempre una legge elettorale perfetta per sabotarli. Correranno sempre per vincere qualche scontro diretto (Roma, Torino, Parma) e per il secondo posto, come il Napoli di Che Gue Sarri. E, come il Napoli di Che Gue Sarri, non sembrano proprio in crisi. Lo si è visto anche a Palermo: se quella è crisi, io sono Tutunci Hamedani Mohsen.

(Avvertenza. Questo articolo è stato scritto in modalità “sborone mode on”. Mi era rimasto acceso dalla chat precedente con la divina Rosario Dawson. Scusate)