Perché l’emendamento al dl Salva Conti sul taglio dello stipendio dei dipendenti pubblici in ferie va ritirato
Oggi, mercoledì 23 settembre, assisteremo a un nuovo capitolo della guerra contro i lavoratori. Arriva alla Camera dei Deputati il decreto legge “Salva Conti” per la definitiva conversione in legge. E alcuni parlamentari hanno pensato bene di infilarci un emendamento (articolo 1 bis) che nelle vite dei dipendenti pubblici significherebbe centinaia di euro in meno all’anno.
L’attacco lo portano avanti quasi in silenzio, provando a fare meno rumore possibile. Sperando non se ne accorga nessuno. Agiscono stavolta sulla retribuzione delle ferie. Ci avevano già provato ad agosto, ma avevano battuto in ritirata. Oggi tornano all’offensiva: l’obiettivo è che la retribuzione da conferire a un dipendente pubblico nel suo periodo di ferie si calcoli sulla sola paga base, escludendo dal conteggio la parte variabile della retribuzione.

Qual è il problema, per loro? Le amministrazioni pubbliche italiane hanno l’abitudine di non corrispondere, durante le ferie retribuite, tutte quelle somme legate a specifiche mansioni, attività, articolazioni orarie. Per prendere a riferimento una sola categoria, per un infermiere o un OSS, parliamo ad esempio – senza voler essere esaustivi – di voci quali l’indennità di turno (4,49€ al giorno) o per lavoro notturno (4€ per ogni ora notturna lavorata) o per lavoro festivo (17,82€ per turno festivo).
Ma secondo la Corte di Giustizia Europea (sentenza 155/2011), un lavoratore o una lavoratrice ha diritto, nella retribuzione delle ferie, al pagamento sia della paga base sia delle indennità accessorie proprie della mansione, come possono essere per l’appunto il lavoro notturno o festivo (laddove “costante”), le ore di guida, la diaria ecc…
Varie lavoratrici e lavoratori si sono quindi rivolti a un giudice per il riconoscimento di questo diritto. E il giudice, guarda caso, in linea di massima ha dato loro ragione. La Cassazione, in diverse sentenze, ha stabilito un principio chiaro: un lavoratore non può subire una decurtazione dello stipendio quando va in ferie; questo perché significherebbe dissuaderlo dall’esercitare la fruizione di tale diritto, rinunciare al diritto al riposo.
Non è un capriccio: la parte variabile della retribuzione è essenziale per i magri stipendi della PA e può valere una bella percentuale della retribuzione complessiva di un dipendente pubblico, con differenze anche molto marcate tra comparto e comparto. Se passasse l’emendamento, è questa percentuale (alcune centinaia di euro all’anno, in alcuni casi anche più di mille) che sarebbe sottratta.
A chi ha presentato l’emendamento tutto questo non interessa: lo scopo è abbassare lo stipendio che i dipendenti pubblici percepiscono nelle loro settimane di ferie. Altro che alzare i salari, come rivendica un Paese intero! Fanno l’esatto opposto, operando per un ulteriore “dimagrimento” delle buste paga di milioni di lavoratori e lavoratrici.
Ma responsabili sono anche quei sindacati che hanno pienamente accettato questa logica, firmando accordi e contratti che hanno dato progressivamente più peso alla parte variabile dello stipendio piuttosto che alla paga base.
Lo stesso potere politico che non osa nemmeno limare le unghie alle grandi imprese che in questi anni stanno accumulando profitti su profitti, macinando record dopo record, diventa spavaldo quando si tratta di togliere diritti e salario ai lavoratori, già impoveriti da prezzi schizzati alle stelle e stipendi che non hanno minimamente retto il passo.
Se passasse la norma – ammesso che risulti legittima e non in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale europeo – il legislatore fornirebbe uno scudo alle amministrazioni pubbliche, che potrebbero così continuare a corrispondere ai dipendenti meno di quanto spetta loro.
Non si tratta di un tentativo estemporaneo; da anni il potere politico cerca di “scudare” quello economico, ergendosi a difesa delle imprese della vigilanza, della moda, della logistica, ad esempio contro gli interventi della Procura di Milano a favore dei dipendenti.
Ma chi è che sta spingendo per questo “papocchio”? Ci sono parlamentari delle destre: Ottaviani, Cattoi, Comaroli, Frassini della Lega; D’Attis di Forza Italia. Ma anche dell’estremo centro liberista: Ruffino e Bonetti di Azione. Cosa sorprendente, però, è che in un primo momento comparissero anche nomi del “campo largo”: nello specifico addirittura la compagine più numerosa, con ben otto nomi, era quella del M5S. Poi, fortunatamente folgorati sulla via di Damasco, hanno avuto la decenza di ritirare l’attacco.
L’emendamento però rimane in piedi e lavoratori e lavoratrici rischiano di vedersi sottrarre una parte di retribuzione e un pezzo di diritti! Eppure il principio da salvaguardare sarebbe di semplice buon senso: non si fa cassa sulla pelle dei lavoratori e delle loro famiglie. Per questo motivo, l’emendamento al “salva conti” va semplicemente e immediatamente ritirato. Da parte di tutti.