Il 30 maggio il presidente della giunta regionale della Campania, Vincenzo De Luca, inaugurò il primo cantiere aperto per la rimozione delle ecoballe. “La sfida è partita”, annunciò davanti a telecamere, fotografi e cronisti, mentre una gru dell’impresa Vibeco sollevava un cubo di immondizia. Ringraziò, poi, il presidente del consiglio, Matteo Renzi, per avere destinato mezzo miliardo di euro alla Campania per bonificare l’ex area industriale di Bagnoli e la Terra dei Fuochi. A tre mesi e mezzo da quella cerimonia, però, il bilancio della operazione di trasferimento in Italia ed all’estero è tutt’altro che entusiasmante. Lo raccontano i dati del monitoraggio svolto dalla struttura di missione istituita in seno alla Regione Campania.

Il rapporto, aggiornato al 30 agosto, rivela che in novanta giorni è stato rimosso solamente l’uno per cento delle ecoballe presenti nei 5 lotti appaltati. Su 476.764 tonnellate di rifiuti, circa 4.500. Provengono nella stragrande maggioranza dalla zona del depuratore di Marcianise, in provincia di Caserta, dove erano state depositate, negli anni dell’emergenza rifiuti Campania, 16.475 tonnellate. Le due imprese aggiudicatarie dell’appalto in questione – Ecosistem ed Econet –  hanno iniziato la rimozione il 25 luglio ed hanno portato via, finora, 4.282 tonnellate. Al ritmo di 29 tonnellate per autoarticolato, sono state trasferite negli impianti gestiti da Herambiente a Mantova ed a Ravenna. Le altre trecento tonnellate circa smaltite fino ad oggi erano stoccate nel cantiere in località Lo Spesso di Villa Literno, sempre in provincia di Caserta. Quello dove De Luca, il 30 maggio, fu protagonista dell’inaugurazione. Nei giorni seguenti al battesimo, qualche camion si mosse e trasferì circa trecento ecoballe in siti del nord Italia. Pochissima roba, se si considera che solo nel lotto in questione  le ecoballe depositate sono 100.000 e che, complessivamente, a Villa Literno bisogna rimuoverne 300.000.

Se si proseguisse ai ritmi del primo trimestre, la Regione impiegherebbe circa tre anni solo per eliminare le 476.764 tonnellate di immondizia accatastate nei cinque lotti aggiudicati. Le quali, peraltro, rappresentano un po’ più della metà delle 789.794 tonnellate messe a gara. Tre degli otto lotti previsti quando è stato preparato il bando, infatti, non sono stati aggiudicati per mancanza di offerte e restano in attesa di una soluzione. Se poi si considera,  che, complessivamente il totale delle ecoballe da rimuovere è pari a circa sei milioni di tonnellate, si comprende bene fino a che punto siano stati quantomeno ottimistici i proclami del governatore De Luca il 30 maggio, quando battezzò l’operazione inaugurando il primo cantiere.

Da Palazzo Santa Lucia, peraltro, pur ammettendo che in questa prima fase le operazioni sono andate a rilento, negano che il piano sia destinato al fallimento.”La svolta – sostiene Fulvio Bonavitacola, assessore all’Ambiente nella giunta De Luca – arriverà non appena cominceranno i trasferimenti via nave. Potrebbero esserci novità positive già tra pochi giorni relativamente all’autorizzazione delle autorità portoghesi, una delle destinazioni estere delle ecoballe”. Bulgaria, Romania, Spagna sono gli altri siti extra italiani indicati dalle imprese aggiudicatarie degli appalti per lo smaltimento dei cubi di immondizia. Teorici, per ora, perché non è stata ancora rilasciata neppure un’autorizzazione da parte dei paesi destinatari. Questione di complessità burocratica, certamente, ma non solo.

Il fatto è che le ecoballe campane godono di una pessima fama – immeritata, se si sta alle analisi ed alle caratterizzazioni recenti sui campioni effettuate dall’Arpac – e la sola possibilità che sbarchino in un qualche porto estero suscita proteste, manifestazioni e mobilitazioni. E’ accaduto in Bulgaria, per esempio – paese che peraltro importa rifiuti di varia natura da mezza Europa –  dove Defiam, aggiudicataria di uno dei lotti, vorrebbe trasferire parte delle ecoballe provenienti da Giugliano, un comune a nord di Napoli. Più probabilmente, la destinazione dovrebbe essere il porto di Burgas e poi un impianto a Galabovo, nel centro – sud del paese. “L’ipotesi ha scatenato un putiferio all’inizio dell’estate”, racconta l’amministratore unico dell’azienda irpina, Francesco De Feo. La richiesta di autorizzazione alle autorità bulgare risale ad aprile e, al momento, non ha avuto ancora risposta positiva.