Max Ferrero è un grande fotografo torinese che si trova a Rio per seguire l’evento paralimpico. È un professionista, ma non si trova qui per caso. Abbiamo in comune, oltre la fotografia, la sensibilità verso questi temi, avendo ambedue in famiglia persone che qui in Brasile chiamano “speciali”.

Ho convinto Max a mettere a disposizione queste immagini per questo blog sul Fatto. Il motivo è il seguente. Nonostante siano già stati spesi fiumi di parole a proposito delle Paralimpiadi ritengo sia interessante sottolineare un paio di cose. Perché per molti di noi le immagini dell’evento sono particolarmente incisive, talvolta toccanti? Perché parlano chiaro. Non si tratta di persone in difficoltà che si cimentano comunque, bensì di persone che non hanno nessuna intenzione di piagnucolare di fronte a dei limiti, talvolta impressionanti. Fino a arrivare a insinuare il dubbio, anche ai più refrattari, che i limiti siano spesso solo nella nostra testa. Che dire di un giocatore di ping pong che si batte usando la bocca, dando seriamente filo da torcere a un altro campione, che gioca con un braccio solo? Che dire di un arciere capace di fare, con i piedi, un centro che più centro non si può? Che dire di un atleta il quale, al buio, copre la distanza in un tempo non dissimile a quello di un campione assoluto?

Un grande maestro, sciamano indio messicano, aveva detto: “La volontà è qualcosa che ci fa vincere una battaglia che, secondo ogni calcolo, si dovrebbe perdere”.

Forse le Paralimpiadi sono dieci volte più importanti dei Giochi Olimpici tradizionali, poiché mostrano cosa sia realmente la volontà, dimostrando come sia possibile non vedere mai limiti, con il mare di lamentele che di solito si trascinano tristemente dietro, ma vedere solo battaglie da vincere.

Le immagini (©Max Ferrero e ©Renata Busettini) parlano da sole.