Sia, ovvero Sostegno per l’inclusione attiva. Nei piani del governo è dietro questa misura ponte che si cela il cardine del Piano povertà rivolta alle famiglie che si trovano in condizioni di “particolare fragilità sociale e disagio economico”. E intanto si continua a dibattere sulla necessità di un reddito di cittadinanza e si resta in attesa dell’iter parlamentare che renda strutturale il reddito di inclusione (forse per la fine dell’anno) approvato a metà luglio dalla Camera.

Dal 2 settembre, infatti, è possibile presentare la domanda per avere fino a 400 euro al mese grazie a una carta di pagamento elettronica. Si tratta, in particolare, di 80 euro al mese a membro del nucleo familiari per un massimo di 5 componenti, destinato a chi ha un indice Isee sotto i 3mila euro e aderisce a un progetto personalizzato di inserimento sociale e lavorativo in collegamento con i servizi del territorio (centri per l’impiego, scuole, servizi sociali e sanitaria). Paletto che fa del Sia non un semplice sussidio: le famiglie saranno chiamate a impegnarsi nella ricerca di un lavoro, ma anche nel raggiungimento di obiettivi di istruzione (frequenza scolastica) o sanitari. “Tutto ciò – ha tenuto a specificare il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – per evitare già note e abusate forme di assistenzialismo”. La misura costerà 750 milioni di euro nel 2016, mentre per il 2017 è già stato stanziato un miliardo di euro.

Nulla di nuovo, tuttavia, per questa misura creata dall’allora ministro Enrico Giovannini nel 2013 dopo che la scorsa estate si è conclusa la sperimentazione in 11 delle 12 città italiane coinvolte (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Torino, Venezia e Verona) con risultati non del tutto soddisfacenti a causa della ristrettezza della platea dei beneficiari: ha coinvolto solo 27mila persone, il 5% di quanti avevano i requisiti per ottenere i 330 euro al mese. Mentre a Roma se ne sono perse le tracce dopo lo scandalo di Mafia Capitale che ha bloccato la macchina amministrativa.

Chi può accedere al Sia – Molto stretti i requisiti d’accesso. Secondo le stime riguarderà circa 180-220mila famiglie (fino a un milione di persone, per metà minorenni) in condizioni di particolare fragilità sociale e disagio economico nelle quali almeno un componente sia minorenne oppure siano presenti un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza accertata. Oltre ad avere un Isee dai 3mila euro in giù, non si devono percepire né indennità previdenziali di altro tipo che superano i 600 euro al mese né di disoccupazione (Asdi, Naspi, ecc.). Ed è motivo di esclusione il possesso di un’automobile nuova di media cilindrata acquistata negli ultimi 12 mesi.

Quando e come presentare la domanda – Per accedere al Sia si può andare al proprio Comune che provvederà a inoltrare la documentazione all’Inps, compilando un apposito modulo. Altrimenti ci si può far aiutare dai Caf.

Come saranno valutate le richieste  Per ottenere il Sia bisogna raggiungere una punteggio minimo (45 punti) che tiene conto dei carichi familiari e della situazione economica e lavorativa. Se in famiglia, ad esempio, ci saranno bimbi molto piccoli (0-3 anni), un genitore solo o persone con disabilità gravi il punteggiò salirà fino ad un massimo di 100 punti.

Come funziona la carta – I soldi verranno erogati ogni due mesi attraverso una carta di pagamento elettronica dotata di Pin che consentirà, al solo titolare, di effettuare acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie, parafarmacie del circuito Mastercard, con uno sconto del 5% ad eccezione dei farmaci e del ticket. Si potranno pagare anche le bollette del gas ed elettriche negli uffici postali. Dalla carta non potranno essere prelevati contanti e l’unico soggetto che potrà ricaricarla è lo Stato. Unica operazione consentita è il controllo, presso gli Atm Postamat, del saldo e della lista dei movimenti. L’erogazione viene attivata dal bimestre successivo a quello di presentazione della domanda. Quindi per potervi accedere già dal primo bimestre (novembre-dicembre 2016), si deve presentare la domanda entro il 31 ottobre 2016.

“Si tratta certamente di un primo passo positivo verso l’obiettivo di sconfiggere la povertà assoluta che coinvolge 4,6 milioni di persone in Italia, ma ancora non basta”, commenta a ilfattoquotidiano.it Roberto Rossini, presidente Acli e membro dell’Alleanza contro la povertà, il coordinamento di realtà della società civile. Che aggiunge: “La misura ha un carattere di categorialità e si rivolge esclusivamente a tipologie di soggetti ben definite, mentre l’Italia deve puntare sull’inclusione totale. Noi chiediamo per questo l’estensione anche alle persone con più di 55 anni in stato di disoccupazione”.

Scettica è anche la Caritas, secondo la quale non è chiaro se nel corso della sperimentazione gli enti locali siano davvero riusciti a creare progetti personalizzati per consentire alle famiglie di uscire dalla condizione di povertà. Inoltre, in base a quanto dichiarato dall’Alleanza contro la Povertà, i soldi stanziati per il Sia non saranno sufficienti a rispondere alle esigenze di tutti. Secondo i calcoli servirebbero, infatti, 7 miliardi di euro contro gli 1,5 miliardi di euro annui stanziati dal governo.

Del resto che la coperta sia troppo corta è risaputo. L’Italia è quasi il fanalino di coda dei Paesi Ocse – 32esimo posto su 41 – per quanto riguarda la sostenibilità economica, il sistema pensionistico, la lotta a povertà e disoccupazione giovanile e, soprattutto, le politiche per la famiglia. E quello che continua a mancare nel Sia è anche un sistema di protezione che copra chi è fuori dal mercato del lavoro, a partire dai giovani. Il Sia, infatti, va solo a chi ha già una famiglia.

Esclusi i migranti poveri – È anche la cittadinanza a fare la differenza tra poveri da aiutare e non. “Via libera agli italiani, ai comunitari e ai loro familiari che risiedono in Italia da almeno 2 anni, mentre gli extracomunitari – spiega ilfattoquotidiano.it Alberto Guaris dell’Associazione per gli studi Giuridici sull’immigrazione – sono ammessi solo se titolari della carta di soggiorno. Niente da fare, invece, per chi ha un normale permesso valido per lavorare (per esempio, un permesso per motivi di lavoro o per motivi familiari), come circa la metà degli immigrati in Italia. Si tratta – denuncia – di un’enorme beffa visto che esclude illegittimamente da una misura di contrasto alla povertà”.