Il contrasto alla povertà targato Matteo Renzi e Giuliano Poletti parte con le armi spuntate. Il Sostegno all’inclusione attiva (Sia), lo strumento principale della strategia del governo, esordisce con un sistema di servizi per l’emersione dall’indigenza che, spiegano agli esperti, deve essere totalmente rivisto. Lo scorso 28 gennaio, il governo ha approvato un disegno di legge delega che intende potenziare il Sia, attribuendo nuove risorse e accompagnando gli interessati con un “progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa sostenuto dalla offerta di servizi alla persona”. Ma la strada è tutta in salita. Innanzitutto, l’Alleanza contro la povertà ha già spiegato che non bastano gli 1,5 miliardi di euro annui stanziati dal governo, ma servono 7 miliardi. Poi c’è il nodo dei servizi di welfare. Da un lato, infatti, i dati europei dimostrano che le nostre politiche sono tra le più inefficaci del continente. Dall’altro, le associazioni di settore rivelano come la sperimentazione del Sia non abbia dato riscontri positivi in questo senso e la legge delega non prometta bene.

“Non basta il sostegno economico – spiega Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, coordinatore dell’indagine Rapporto giovani – Bisogna fornire gli strumenti necessari per rimettersi in gioco e uscire dalla condizione di povertà”. Di quali strumenti si parla? “I pilastri principali sono l’orientamento al lavoro, la verifica della scolarità, l’educazione finanziaria“. Insomma, tutti servizi di welfare erogati soprattutto dagli enti locali. “Bisogna potenziare queste politiche, non c’è altra strada – aggiunge il professore – Ma la sfida sarà difficile. Noi siamo molto indietro rispetto ad avere strumenti adeguati in questa direzione. Siamo tra i Paesi dove gli investimenti sono meno efficaci per tirare fuori le famiglie dalla condizione di indigenza”.

Nel contrasto alla povertà Italia terzultima dopo Grecia e Romania – Rispetto ai partner europei, infatti, l’Italia fa una magra figura. Gli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2013, dimostrano che i contributi economici in termini di contrasto alla povertà sono tra i meno efficaci d’Europa. Siamo terzultimi in classifica: dietro di noi solo Grecia e Romania. L’Eurostat, infatti, registra il tasso di rischio di povertà prima e dopo le prestazioni sociali, dal sussidio di disoccupazione ai sostegni per educazione e alloggio. La differenza tra i due valori, che in qualche modo misura l’efficacia degli interventi pubblici, in Italia è pari al 5,5%. La media europea è quasi il doppio, pari al 9,1%, mentre i Paesi scandinavi viaggiano intorno al 15%.

La sperimentazione del Sia? Solo per 27mila persone, il 5% di chi aveva i requisiti – E anche il primo test sul funzionamento del Sia, partito nel 2013, ha avuto esiti poco confortanti. Leggendo il report del ministero del Lavoro sul Sia, aggiornato a settembre 2014, emergono anche altri dati. La sperimentazione era rivolta alle famiglie con figli minorenni che nel 2012 avevano un indice Isee sotto i 3mila euro e un patrimonio sotto gli 8mila euro. Il progetto ha riguardato undici grandi città italiane per un anno. Dovevano essere dodici, ma Roma è partita in grave ritardo: solo nello scorso dicembre è stata pubblicata una graduatoria provvisoria. In tutta Italia, l’iniziativa ha interessato circa 6.500 famiglie e 27mila persone, solo il 5% dei cittadini che avevano i requisiti per accedere al contributo e il 68% di quanti avrebbero potuto essere aiutati con le risorse messe in campo. In totale, sono stati spesi 27 milioni di euro, che corrispondono a 334 euro al mese per ogni nucleo familiare. Perché la copertura non è stata maggiore? Tante domande, più della metà, si sono dimostrate prive dei severi requisiti necessari al via libera. Del resto la soglia Isee di 3mila euro è bassissima, e lo è tanto più ora che l’indicatore della situazione economica equivalente è stato rivisto rendendolo molto più restrittivo. In più non è stata prevista alcuna campagna di comunicazione sull’iniziativa, non proprio l’ideale per promuovere la presentazione delle domande da parte delle persone in difficoltà.

Nessun dato sui progetti personalizzati. “E senza quelli non si esce dall’indigenza” – E anche chi è rientrato nella ristretta platea dei beneficiari ne ha tratto un beneficio relativo, spiegano le associazioni che si occupano di contrasto alla povertà. “Il problema principale della sperimentazione, che riguarda anche la legge delega, è la presa in carico delle famiglie – spiega Francesco Marsico, responsabile area nazionale Caritas – Nel report del ministero, non è chiaro quanto gli enti locali siano riusciti a creare progetti personalizzati. Se manca questo pezzo, si rischia di fare un lavoro a metà. Si trasferiscono risorse, ma questo non implica un esito positivo per la fuoriuscita dalla condizione di povertà. Parliamo di misure come percorsi di orientamento al lavoro e verifica della scolarità dei bambini, una parte che è debole anche nella legge delega”. Anche Cristiano Gori, coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà insiste sullo stesso punto: “Il Sia è stato sperimentato con risultati alterni. Innanzitutto, c’è stato poco sostegno da parte dello Stato al lavoro dei Comuni. Ma il punto nodale è stata l’incertezza. Gli enti locali non hanno fatto investimenti sui servizi, non sapendo se la sperimentazione sarebbe stata rinnovata”.